Dopo l’ondata di maltempo che nelle scorse settimane ha colpito l’Italia, è divenuta uso comune su giornali e televisione la parola “Buran”. Il termine, evidentemente di derivazione russa, così come il gelo che ha colpito lo stivale, si traduce come “tormenta“, diverso dal “Burian”, che invece vuol dire “erbacce”, erroneamente diffuso dai mezzi di informazione. 

L’errore di trascrizione in realtà è una venialità che deriva semplicemente da una traduzione letterale del nome attribuito a questo vento freddo proveniente dalla Siberia, che in Italia è conosciuto come Buriana o, più comunemente, Bora. Chiaramente, senza intenzione di polemizzare, ci si è dimenticati della blasonata Bora triestina così che si potesse parlar male della Russia anche in salsa climatica. 

Buran, tuttavia, in Russia richiama un preciso periodo storico dell’epoca sovietica, forse l’ultimo afflato di potenza che il carrozzone comunista abbia emesso prima di innalzare bandiera bianca. Il programma venne lanciato nel 1976, ma la costruzione della prima navicella in grado di essere mandata in orbita ebbe inizio solo nel 1980, con il primo ed unico lancio che ebbe luogo nel 1984

La nomenklatura sovietica non ebbe mai modo di celare le enormi spese che furono sostenute dal Politburo per mandare avanti un progetto fotocopia del programma “Space Shuttle”, inaugurato nel 1972 e culminato con il primo lancio dell’ “Enterprise”, e il cui costo, ammontante a 16,4 miliardi di rubli, con un impiego di oltre un milione di persone e di quasi 1300 tra enti e aziende pubblici, non sostenibile per le esangui casse dello Stato, contribuì forse in maniera determinante al crollo dell’URSS. Il progetto fu chiuso ufficialmente nel 1992, quando ormai del Pcus e della grande federazione socialista restavano solo le vesti stracciate. 

Il Buran fu comunque un progetto dalla portata rivoluzionaria, nonostante il design esterno, inclusi i colori dell’orbiter (il corpo centrale della navetta), richiamassero in maniera palese le linee dello shuttle americano. Non si escluse mai, infatti, che gli ingegneri sovietici si prodigarono per copiare il progetto a stelle e strisce, vista anche la richiesta del partito di produrre una navicella di maggiori dimensioni, che potesse all’occorrenza trasportare un equipaggio completo, per le medesime ragioni che hanno spinto le due potenze a gareggiare durante la Guerra fredda. 

Il Buran sovietico, al contrario dello Shuttle statunitense, aveva in dotazione un meccanismo di automazione talmente avanzato che ne consentiva un quasi totale riutilizzo e la possibilità di essere pilotato da terra e fatto rientrare alle esatte coordinate richieste. Inoltre, al contrario dello Space Shuttle, aveva un tank di propulsione, chiamato Energiya, separato rispetto al corpo della navicella, che era dotata di sedili eiettabili per tutti i membri dell’equipaggio, che avrebbero potuto evitare i disastri delle missioni Challenger e Columbia se anche l’omologa americana li avesse avuti in dotazione. 

L’unico velivolo prodotto che sia riuscito a volare in orbita è stato il Buran 1.01, decollato dalla base aerospaziale di Baykonur, in Kazakistan, il 15 novembre 1988. Il Buran 1.01 è andato parzialmente distrutto per via del crollo del tetto di uno degli hangar della base kazaka, ed esistono a tutt’oggi solo dei modelli in scala utilizzati come prototipi o simulatori di volo. Dal 2002 al 2014 al centro di Mosca, precisamente sulle rive della Moscova, all’interno di Gorky Park, è stata esposta una riproduzione a grandezza naturale di quella gloriosa navicella, da molti sfruttata come attrazione turistica, che facesse ricordare la grandezza della Russia pre-1991. Dall’estate del 2014 la stessa riproduzione è esposta nel parco di VDNKh, il parco dell’esposizione universale dei popoli sovietici, nel lato Nord-Est del centro città. 

Ad oggi, nella base kazaka, si possono trovare dei resti abbandonati di alcuni progetti mai terminati per mancanza di budget, che alcuni musei europei hanno tentato di acquistare per esporre tali velivoli nelle proprie gallerie, ma i costi di trasporto e la precarietà delle condizioni di conservazione ne rendono difficile l’operazione. 

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