Il 30 dicembre, a Parigi, è scattato l’allarme bomba intorno alle 20 davanti alla stazione della metropolitana di Strasburgo Saint-Denis. La polizia francese, durante un controllo di routine su un’autovettura, si è insospettita per la presenza nel veicolo di una scatola con al suo interno un dispositivo connesso a quella che sembrava un’antenna per il wifi.

Sappiamo che alla guida c’era una donna risultata positiva al test antidroga e che non era la proprietaria dell’auto, inoltre la polizia ha scoperto anche diversi telefoni cellulari all’interno dell’autovettura.

Non sapendo esattamente con cosa avessero a che fare, i poliziotti hanno chiamato l’unità artificieri che ha proceduto a far brillare il congegno che però, a un’analisi successiva, non si è rivelato un ordigno, bensì un Imsi-catcher.

Imsi è l’acronimo di International Mobile Subscriber Identity: un dispositivo in grado di eseguire intercettazioni telefoniche sulla rete mobile e di tracciare i dati sulla posizione degli utenti di telefoni cellulari. Essenzialmente funziona come un finto ripetitore che agisce tra il telefono cellulare bersaglio e i veri ripetitori del fornitore di servizi e viene utilizzato in un certo numero di Paesi dalle forze dell’ordine e dalle agenzie di intelligence ma, a quanto pare, anche da organizzazioni criminali che li usano per interrompere le reti e raccogliere informazioni sensibili utilizzate per frodi o estorsioni. Alcuni Imsi-catcher sono infatti talmente avanzati da poter identificare l’Imei, ovvero il codice internazionale che identifica ciascun telefono cellulare.

Risulta che l’antenna wifi fosse collegata col dispositivo di intercettazione da un filo che attraversava il sedile posteriore fino a una cassa nel bagagliaio.

Sappiamo questi dettagli perché sui social un giornalista francese, Amaury Bucco, ha pubblicato alcune foto prima dell’intervento degli artificieri, ma poco o nulla è stato pubblicato dalla stampa locale. La notizia, infatti, è passata molto sotto traccia: solo Le Parisien e CNews l’hanno divulgata, molto sbrigativamente, la sera stessa dell’accaduto.

Sempre Bucco, citando fonti interne alla polizia, afferma che si trattava effettivamente di materiale usato per lo spionaggio e che è stata aperta un’inchiesta affidata a un non meglio definito “servizio speciale”.

Tanti sono gli interrogativi che si aprono davanti a quanto accaduto e che la stampa francese non ha approfondito. In primo luogo è curioso che la conducente fosse sotto l’effetto di stupefacenti: potrebbe trattarsi di una persona che ha rubato l’autovettura senza sapere del dispositivo oppure appartenere a qualche organizzazione criminale, ma la polizia francese, su questo dettaglio, non ha emesso alcun comunicato.

Secondariamente, a destare maggiore curiosità, è il fatto che il ritrovamento di un dispositivo usato per lo spionaggio non abbia destato la reazione della stampa, che ha preferito sottolineare come in realtà non fosse una bomba.

Il terzo dettaglio alquanto singolare è l’affidamento dell’inchiesta a un “servizio speciale” sconosciuto: fa pensare che i servizi segreti francesi, avvisati di quanto accaduto, abbiano preso in carico la vicenda oppure, vista la cortina fumogena diffusa intorno a essa, stiano cercando di insabbiarla. Imbarazzo per un tentativo di spionaggio illegale? Per essersi fatti rubare un’autovettura usata per operazioni di questo tipo? Oppure si tratta di un’azione di un’agenzia di intelligence estera e quindi il Dgsi (Direction Générale de la Sécurité Intérieure), il controspionaggio francese, è entrato in azione per cercare di scoprirne gli autori?

Purtroppo il silenzio calato sulla vicenda non ci permette di avere certezza su nessuna delle ipotesi avanzate, però c’è stato chi, basandosi sulle fotografie diffuse dal giornalista francese, ha analizzato la manifattura del dispositivo, che risulta essere stato assemblato da un professionista.

Hacker Fantastic ha infatti analizzato i componenti notando la particolare cura nel suo assemblaggio e la presenza di numerose e precise parti diverse che, tutte insieme, portano la spesa per la sua fabbricazione a oscillare tra i 50 e 100mila dollari. Sicuramente, quindi, non si è trattato del lavoro effettuato da un dilettante in quanto non tutti possono permettersi un simile congegno.

L’autore dell’analisi tecnica non ha dubbi: qualcuno è stato “beccato” a spiare. Ma afferma anche che si tratta di “oggetti d’antiquariato” in quanto risalenti a un decennio fa, sebbene siano “efficaci ma molto rumorosi e non discreti”.

Sebbene gli Imsi-catcher possano essere usati anche da organizzazioni criminali a scopo di estorsione o truffa, ci risulta difficile pensare che una banda di delinquenti comuni possa spendere sino a 100mila dollari per effettuare semplici raggiri.

Nonostante nel luogo del fermo dell’autovettura non vi siano ambasciate o altri uffici istituzionali (il quartiere è una zona commerciale con hotel e ristoranti), è sempre possibile che il veicolo fosse semplicemente in transito verso il suo obiettivo, oppure, andando oltre con le ipotesi, stesse monitorando qualcuno in uno dei tanti alberghi della zona oppure un covo di spie o ancora un “appartamento sicuro” usato dall’intelligence straniera.

Il silenzio che è calato su questa curiosa vicenda fa proprio pensare che sia stata scoperta un’operazione di spionaggio, e che si sia attivato il Dgsi per poter smantellare una rete di agenti stranieri, ma come sempre accade in queste situazioni la verità la sapremo quando e se sarà conveniente farla sapere.

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