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Con l’attenzione internazionale catalizzata dalla seconda crisi in pochi mesi tra Russia e Ucraina, la Cina alza l’asticella della tensione nel Mar Cinese Meridionale con azioni sempre più risolute. Nell’arco di un mese, anzi, nel giro di poco più di quindici giorni, siamo venuti a sapere di azioni aggressive di unità navali della Guardia Costiera di Pechino in almeno due occasioni all’indirizzo di due diversi obiettivi.

Giovedì 18 novembre unità della guardia costiera cinese hanno bloccato e spruzzato un potente getto d’acqua contro due barche filippine che trasportavano rifornimenti per le truppe presenti in un’isola contesa del Mar Cinese Meridionale, spingendo Manila a ordinare alle navi di Pechino di fare marcia indietro e ad avvertire che le sue unità di rifornimento navigano sotto l’egida di un trattato di mutua difesa con gli Stati Uniti.

Incidente nella Zee filippina

Nell’incidente nessuno è rimasto ferito, ma le navi filippine hanno dovuto interrompere la loro missione di rifornimento per le truppe presenti a Second Thomas Shoal, che si trova al largo della provincia occidentale di Palawan nelle Filippine, in quella che è la Zona di Esclusività Economica di Manila. Il portavoce del Ministero degli esteri cinese, Zhao Lijian, ha affermato che la Guardia Costiera cinese ha sostenuto la sovranità della Cina dopo che le navi filippine erano entrate di notte nelle acque cinesi senza permesso. Pechino, del resto, considera l’intera estensione del Mar Cinese Meridionale come proprie acque territoriali, e questa dichiarazione – diversa nei toni usati rispetto alle precedenti – insieme a quanto avvenuto a inizio settembre (la richiesta che alcune categorie di natanti in transito comunichino i propri dati di navigazione alla Guardia Costiera cinese) rappresenta un’ulteriore prova di come sia in atto il tentativo di nazionalizzare quell’importante specchio d’acqua. Una nazionalizzazione che sarà quasi del tutto completa quando la Cina proclamerà una Adiz (Air Defense Identification Zone) al di sopra del Mar Cinese Meridionale. Cina, Filippine, Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan avanzano rivendicazioni territoriali sovrapposte, ma è solo Pechino che rivendica praticamente l’intero Mar Cinese Meridionale. A sostegno di questa politica ha trasformato sette atolli (alcuni costruiti artificialmente) in basi protette da missili, aumentando le tensioni e allarmando i rivali regionali e i governi occidentali guidati dagli Stati Uniti.

Le Filippine, per sostenere le proprie forze e far rispettare le leggi sulla pesca a Second Thomas Shoal, prevedono di schierare navi della Guardia Costiera e del Bureau of Fisheries invece di quelle della Marina, per non trovarsi nella condizione di alzare ulteriormente la tensione anche in considerazione dei legami commerciali che legano Manila a Pechino. L’esercito filippino nel 1999 ha deliberatamente incagliato una nave da guerra risalente al secondo conflitto mondiale, presso l’atollo disabitato per rafforzare le sue istanze di rivendicazione territoriale e fornire un rifugio a un piccolo contingente di marines. La nave, nonostante sia praticamente un relitto arrugginito, non è mai stata dismessa dalle forze armate filippine rendendola, di fatto, un’estensione territoriale, il che significa che qualsiasi attacco portato contro di essa equivale a uno contro le Filippine.

Perforazioni indonesiane nel mirino

Molto più recentemente, restando sempre nello stesso specchio d’acqua ma spostandoci più a sud, veniamo a sapere da Reuters che la Cina nei mesi scorsi ha intimato all’Indonesia di interrompere le perforazioni per la ricerca di idrocarburi. In una lettera, diplomatici cinesi hanno detto chiaramente al ministero degli Esteri indonesiano di interrompere l’attività di prospezione di una piattaforma offshore temporanea perché si stava svolgendo in territorio cinese. Giakarta ha risposto che non fermerà le perforazioni perché “è un nostro diritto sovrano”.

L’attività di ricerca di idrocarburi offshore indonesiana sta avendo luogo nel cosiddetto Tuna Block, nella parte più a sud del Mar Cinese Meridionale. La situazione di stallo è andata avanti per mesi, anche perché Pechino è il principale partner commerciale di Giakarta e la sua seconda fonte di investimenti esteri, il che rende l’Indonesia dipendente dalla Cina nelle sue ambizioni di diventare un’economia di alto livello. I leader indonesiani hanno infatti mantenuto il silenzio sulla questione al fine di evitare un conflitto o uno scontro diplomatico con Pechino.

Sembra anche che la Cina, in una lettera separata, abbia anche protestato contro le esercitazioni militari Garuda Shield, tenutesi ad agosto, che hanno coinvolto 4500 soldati degli Stati Uniti e dell’Indonesia. Esercitazioni che si tengono regolarmente sin dal 2009, ma quest’anno è la prima volta che Pechino protesta per il loro svolgimento. Questo si spiega in modo duplice: da un lato la Cina, oggi, si sente “più forte” dopo una campagna di modernizzazione delle forze armate che ha dato impulso a tutti i settori in particolar modo a quello navale, dall’altro, e proprio per questo, si permette una retorica diplomatica più aggressiva per tastare il polso dei suoi avversari regionali ma soprattutto globali, ricercando anche “l’incidente” che possa autorizzarla a passare a vie di fatto più esplicite.

Mar Cinese Meridionale (La Presse)
Uno degli atolli militarizzati dalla Cina

Pochi giorni dopo l’arrivo della piattaforma semisommergibile Noble Clyde Boudreaux al Tuna Block per iniziare a perforare due pozzi esplorativi lo scorso 30 giugno, una nave della Guardia Costiera cinese si era presentata nella zona, seguita poco dopo da un’unità della Guardia Costiera indonesiana. Secondo un’analisi dei dati di identificazione della nave (Ais) e delle immagini satellitari dell’Asia Maritime Transparency Initiative, nei quattro mesi successivi navi cinesi e indonesiane si sono accerchiate a vicenda intorno al giacimento di petrolio e gas, arrivando spesso a distanze di meno di un miglio nautico l’una dall’altra.

Il 25 settembre, la portaerei americana Uss Ronald Reagan è passata a 7 miglia nautiche dall’impianto di perforazione facendo segnare il primo caso nel Mar Cinese Meridionale di una portaerei e del suo gruppo da battaglia che si avvicinano così tanto a un’area in cui è in atto un contenzioso. Per tutta risposta anche quattro navi da guerra cinesi sono state schierate nell’area.

Regole cinesi per un mare cinese

La Cina sta negoziando con dieci stati del Sudest Asiatico, inclusa l’Indonesia, per elaborare un codice di condotta per il Mar Cinese Meridionale, uno specchio d’acqua ricco di risorse naturali e per il quale transitano circa 3400 miliardi di dollari di scambi annuali. Non bisogna però confondere quanto sta accadendo a livello diplomatico come a una mossa per disinnescare le tensioni: Pechino non ha assolutamente in mente di abbandonare le sue rivendicazioni territoriali sull’intera estensione di quel mare, ma vuole solo ottenere legittimazione internazionale delle proprie istanze, in altre parole stabilire delle nuove regole internazionali scritte però di suo pugno.

La posizione sempre più aggressiva di Pechino ha però suscitato preoccupazione a Giacarta e anche se il presidente cinese Xi Jinping ha cercato di minimizzare dicendo al vertice Asean del mese scorso che la Cina “non cercherà assolutamente l’egemonia o ancor meno di bullizzare i piccoli” nella regione, proprio quanto accaduto in questi anni nel Mar Cinese Meridionale e a Hong Kong fa dubitare della buona fede cinese: Pechino ha sempre sostenuto di non avere intenzione di militarizzare le isole occupate in quel mare, ma successivamente sono comparsi sistemi missilistici, bombardieri e caccia, e il trattamento speciale “un Paese due sistemi” riservato all’ex colonia britannica è stato formalmente stracciato recentemente in modo pretestuoso a seguito delle proteste popolari avvenute nella città tornata sotto controllo cinese nel 1997. Tornado alla questione delle perforazioni esplorative, la piattaforma offshore mobile ha operato fino al 19 novembre, dopodiché si è spostata in acque malesi e il programma di ricerca è stato completata in tempo, secondo un portavoce di Harbour Energy, l’operatore del Tuna Block. In un confronto simile avvenuto nel 2017 tra Cina e Vietnam, Hanoi aveva dovuto abbandonare le attività di esplorazione.

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