Patrimoniale per i super ricchi, salario minimo, reddito di cittadinanza, riduzione delle emissioni di Co2. A leggere i programmi dei leader della sinistra europea, come Olaf Scholz in Germania e Jean-Luc Mèlenchon in Francia, sembra che la sinistra abbia definitivamente archiviato la stagione dei Tony Blair e Bill Clinton, e si sia riappropriata delle battaglie a favore dei ceti meno abbienti e dei quartieri popolari. Bentornato Marx, si direbbe. In parte, è una lettura corretta: l’estetica, la comunicazione, i programmi della nuova sinistra, infatti, hanno ben poco a che vedere con quelli dei leader centristi e “neoliberisti” degli anni’90, periodo nel quale la sinistra di governo ha sposato l’ideologia della globalismo e quella radicale dell'”alter-globalismo” più che “no-global” (le contraddizioni di quel movimento andrebbero approfondite, a cominciare dal suo manifesto, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione di Michael Hardt e Toni Negri).

È davvero una “nuova sinistra” di popolo?

Insomma, dopo aver compreso quasi nulla di ciò che è accaduto dopo il 1989, la sinistra – sia essa moderata o “radicale” – ora ci spiega come uscire dagli errori in cui lei si è impantanata. Su La Stampa, Lucia Annunziata osserva come in Germania sia “tornato alla guida del governo, dopo 16 anni, un socialdemocratico, Olaf Scholz di buoni studi (giurisprudenza), e ottimo curriculum (sindaco di Amburgo, e segretario generale Spd con cancelliere Gerhard Schröder), che ha avuto un successo elettorale che pochi avevano previsto, proprio per le sue caratteristiche di quieto, pragmatico, uomo qualunque”. Con lui, spiega, è tornata in campo l’estetica della Germania di una laboriosa a classe media, un po’ (tanto) ingrugnata. Ma dietro la vittoria c’è il suo programma di ricostruire un rapporto con quella classe operaia messa sotto pressione dalle ripetute crisi in corso”.

Scholz, difensore dei Minijob e fautore della svolta neoliberista dell’Spd

Scholz, tuttavia, non solo non rappresenta assolutamente nulla di nuovo, ma è anche responsabile delle politiche “neoliberiste” che oggi dice di criticare. Il cancelliere tedesco è figlio dell”ala più conservatrice dell’Spd, non solo in termini di politica economica. In qualità di segretario generale dell’Spd, ha contribuito a portare avanti la controversa riforma del mercato del lavoro del cancelliere Gerhard Schröder – Agenda 2010 – contro la volontà di molti compagni di partito. Come spiegato su InsideOver, infatti, sull’onda lunga della transizione del centro-sinistra occidentale all’ideologia del neoliberismo, la Spd di Gerard Schroeder, storicamente partito favorevole all’ampliamento delle tutele del lavoro, a politiche keynesiane di piena occupazione e all’operazione sindacale, “avviò la transizione ideologica più netta della sua storia nel corso del primo esecutivo di coalizione con i Verdi iniziato nel 1998”.

Schroeder “interiorizzò l’apertura al business, alla deregolamentazione finanziaria e al taglio di spesa pubblica e Stato sociale del resto della sinistra contemporanea”. Il primo gennaio 2003 il governo Spd-Grunen, prosegue Muratore, fece entrare in vigore le prime riforme del mercato del lavoro, Hartz I e Hartz II, due riforme che rispettivamente preparavano il terreno burocratico alla flessibilizzazione del mercato del lavoro e introducevano i cosiddetti minijob, tipi di contratto di lavoro a paga ridotta (400-450 euro al mese) con un minimo livello di tutela e con una ridotta copertura di assicurazione previdenziale, e i midijob (800-850 euro di stipendio). Più Thatcher e Reagan che Marx. Ebbene, quell’Olaf Scholz che difese con i denti quelle riforme ora è lo stesso che viene descritto come un critico del neoliberismo e fautore di un ritorno al socialismo democratico. Ricordiamo infatti che il cancelliere si è guadagnato molto tempo fa il soprannome di “Scholzomat” per il suo modo di parlare meccanico e austero. Ed essere definiti “austeri” in Germania la dice lunga. vAltro che connessione con la classe operaia, dunque, la sua ascesa al Bundestag si può spiegare meglio con la crisi della leadership in tutto l’occidente analizzata di recente da Adrian Wooldridge su Bloomberg.

Il “wokismo” in salsa francese

Quanto a Melenchon, si parla molto delle sue politiche economiche, e poco dell’aspetto culturale. Da questo punto di vista la sua coalizione è intrisa di quel “wokismo” caro ai liberal americani che con i quartieri popolari francesi ha ben poco a che spartire. Teoria critica della razza, ossessione per le minoranze e il gender, politicamente corretto, politica dell’identità. La prova? Mèlenchon ha plaudito la scelta di Macron nominare Pap Ndiaye, controverso storico specializzato in minoranze e direttore del museo di storia dell’immigrazione a Parigi, nuovo ministro dell’Istruzione francese. Ndiaye ha parlato a lungo dell’esistenza di un “razzismo strutturale” in Francia, ed ha paragonato l’americano George Floyd al francese Adama Traoré, secondo lui ugualmente vittima di abusi commessi da forze dell’ordine.

Sull’ambiente, poi, siamo dalle parti del radicalismo green. Il programma della coalizione di Mèlenchon è, almeno in parte, influenzato da pensatori come Jean-Marc Jancovici, diventato negli ultimi anni uno dei principali portavoce della decrescita in Francia. La sua conferenza “Co2 o Pil”, tenuta a Sciences Po Paris nel 2019, ha raggiunto 1,7 milioni di visualizzazioni su Internet. A tal proposito, il partito dei Verdi, ad esempio, alleato di Mèlenchon, “postula che la crescita sia una religione che deve essere abbandonata. Quindi, rapidamente, dimostriamo che una rottura con la nostra società dei consumi globalizzata è diventata un imperativo”.

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