Paese che vai, promesse di reddito minimo garantito che trovi. In Italia è dallo scorso anno, in particolare dall’avvio dell’ultima campagna elettorale, che si parla di reddito minimo o di cittadinanza ed il dibattito in tal senso è alimentato dagli ultimi provvedimenti di natura finanziaria intrapresi dall’esecutivo pentastellato. Ma non è soltanto il nostro paese a dare priorità, nella propria agenda politica, al reddito minimo. In Pakistan ad esempio, desta scalpore la proposta delle scorse settimane operata dal governo di Islamabad, secondo la quale ogni famiglia povere potrebbe avere diritto ad un pollaio per sfamarsi ed avviare una propria attività commerciale. In India la lotta alla povertà è al centro dell’attuale campagna elettorale, con il gigante asiatico che si appresta ad andare al voto per le legislative nella prossima primavera. 

Il reddito minimo proposto da Rahul Ghandi

Sconfitto alle elezioni del 2014 da una nuova maggioranza guidata dai nazionalisti indù, il Partito del Congresso prova adesso a riprendersi il governo. Una campagna elettorale agguerrita quella della storica formazione politica indiana, che di recente vede il proprio consenso aumentare soprattutto nelle regioni rurali. Nelle ultime consultazioni locali ad esempio, il Partito del Congresso riesce ad andare al governo nello Stato del Chhattisgarh, uno dei più agricoli dell’intera India. Segno che è lì che il partito deve cercare consensi e, soprattutto, deve provare a far breccia in un crescente malcontento da parte degli strati più poveri e meno urbanizzati della popolazione. Proprio dal Chhattisgarh arriva nei giorni scorsi la proposta di Rahul Ghandi, leader del Partito del Congresso e figlio dell’italo – indiana Sonia Ghandi, a sua volta vedova del figlio di Indira Ghandi. 

Durante un comizio nello Stato sopra citato, Rahul Ghandi lancia la proposta del reddito minimo garantito a tutti: “Non ci sarà più povertà in India – dichiara Ghandi – Non ci saranno più persone affamate”. La proposta, nel suo principio, è abbastanza semplice: garantire un reddito a tutte le famiglie indigenti per poter dare loro la possibilità di uscire dalle condizioni di miseria. Si tratterebbe, come afferma Luke Martinelli, ricercatore dell’Institute for Policy Research dell’ Università di Bath, di una rimodulazione del reddito minimo universale che vale in India, come tale, sia per i ricchi che per i poveri. 

L’importanza del tema della lotta alla povertà in India

Ma proprio come avviene in altri contesti, una proposta del genere viene bollata come inattuabile dal governo in carica e dai partiti avversari. Secondo il Bjp, il principale partito che sostiene l’esecutivo, quella del reddito minimo è solo una promessa vana volta a prendere più voti possibili. In primo luogo, la presunta inattuabilità risiede nel suo esorbitante costo: in India le persone che vivono in un conclamato stato di povertà costituiscono il 21% della popolazione che, considerando che il paese asiatico ha 1.2 miliardi di abitanti, corrisponde grossomodo a quasi 400 milioni di poveri. Come pagare dunque un reddito minimo ad una massa così grande di popolazione? 

Eppure la proposta di Ghandi appare sostenuta da un crescente numero di elettori. Questo perchè in India il tema della lotta alla povertà è molto sentito ed importante. A fronte di una certa crescita economica e della speranza indiana di diventare una delle potenze tecnologiche asiatiche e mondiali, aumentano le disuguaglianze sociali e crescono le famiglie che faticano a trovare stabilmente qualcosa da mangiare. Ecco perchè, tra un comizio e l’altro, la lotta alle crescenti miserie inizia ad essere sempre più centrale all’interno della campagna elettorale. 

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