“Timeo Danaos” è un monito che dovrebbe essere ben scolpito nelle menti in queste settimane di repentini “pentimenti” di ex entusiastici sostenitori dell’Unione Europea che di fronte alla crisi di coronavirus e alla pessima condotta di Bruxelles ne scoprono, fuori tempo massimo, i limiti. Tuttavia, tra queste personalità si segnalano diversi alti papaveri, tra ex capi di Stato e di governo, che lanciano appelli la cui risonanza non mancherà di estendersi. Tra questi c’è Gerard Schroeder, predecessore di Angela Merkel alla cancelleria federale di Berlino e leader socialdemocratico di alto profilo.

Schroeder, intervistato dal Corriere della Sera, va in controtendenza col governo della Merkel, di cui anche i suoi socialdemocratici fanno parte, aprendo ai coronabond come strumento di risoluzione della crisi: “Sono convinto che come prossimo passo abbiamo bisogno anche di uno strumento di debito comune europeo. Possono essere gli eurobond, anche se non sono veloci da realizzare, oppure può essere un’ obbligazione comune e una tantum”. L’ex cancelliere non taglia invece la strada all’esecutivo tedesco sul tema dei pacchetti in discussione basati sul trittico tra l’intervento della Banca europea degli investimenti, la spinta propulsiva della Commissione Europea e l’utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità a condizionalità ridotte. Istituzioni, del resto, guidate da funzionari tedeschi e che nessun leader di Berlino ignorerebbe.

Risulta notevole la svolta verso la solidarietà europea e la risposta comune al virus operata da un leader che, nel corso della sua esperienza di governo, ha promosso la svolta competitiva della Germania in Europa con le riforme del mercato del lavoro che lo hanno sconvolto in senso regressivo e hanno permesso all’industria tedesca di agevolarsi delle politiche mercantiliste di Berlino. A scapito, beninteso, della crescita del resto del continente. Ma questi sono tempi di repentino cambiamento…

Dalle parole di Schroeder emerge in ogni caso la preoccupazione per il mantenimento della centralità della Germania in Europa. Berlino non è nè l’Olanda nè uno dei Paesi della sua “Nuova lega anseatica” e non può permettersi più il loro estremismo sul rigore contabile. La leadership in Europa della Germania è ed è sempre stata funzione di una “cooptazione”: dalle èlite economiche a quelle politiche, sono stati i legami d’interesse, finanziari, istituzionali e commerciali, a plasmare l’espansione dell’influenza di Berlino. Ora tutta Europa percepisce lo stridore tra la risposta interna del governo Merkel, condotto a colpi di centinaia di miliardi di euro, e la sostanziale ignavia in campo europeo. Ove la Germania si posiziona per tradizione tra i falchi, ma non tiene a freno le sortite pungenti dell’Olanda.

Schroeder, evidentemente, capisce che la Germania potrà tenere solo mediando. “Se c’ è un Paese che deve capire che dopo una crisi esistenziale è indispensabile avere un sostegno paneuropeo per la ricostruzione, questo è la Germania. Noi siamo stati aiutati molto dopo la Seconda guerra mondiale, nonostante fossimo stati proprio noi a causarla”, afferma l’ex cancelliere, facendo eco al suo ex Ministro degli Esteri Joschka Fischer, che in un saggio aveva elogiato il ruolo del condono dei debiti di guerra nella preparazione della rinascita germanica. C’è una fredda strategia politica dietro il “ritorno a Canossa” dell’ex cancelliere: le centrali operative del potere politico ed economico tedesco stanno iniziando a comprendere che la maggior minaccia per la loro tenuta e la loro stabilità non viene dalle economie del Sud Europa ma dall’atteggiamento inflessibile dei rigoristi del Nord. La vera miccia capace di far innescare un incendio in Europa. Le concessioni immaginate all’Italia e agli altri Paesi risultano, dunque, funzionali all’interesse nazionale tedesco. A Roma e agli altri Paesi mediterranei il compito di estenderle fino a farle coincidere anche con il proprio.

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