Dal 20 al 22 settembre il primo ministro di Singapore Lee Hsien Long ha visitato la Repubblica Popolare Cinese, compiendo un’importante iniziativa diplomatica che segnala la volontà della città-Stato posta all’estremità della Penisola Malese di rilanciare i rapporti bilaterali con Pechino e, di converso, di aprire la strada agli altri Paesi del gruppo ASEAN, di cui Singapore è destinato ad assumere la presidenza nel 2018. Il viaggio di Lee si inserisce in un contesto che vede la nuova iniziativa geopolitica ed economica cinese della “Nuova Via della Seta” intervenire a cambiare gli equilibri dell’Asia Meridionale indo-pacifica e a mettere potenzialmente a repentaglio il ruolo di hub di primaria importanza per il commercio mondiale come la stessa Singapore.

Merci e materie prime dal valore complessivo di 600 miliardi di dollari fanno scalo ogni anno dal porto di Singapore, mentre nelle acque oceaniche circostanti il Canale di Malacca rappresenta un lunghissimo collo di bottiglia entro cui sono costrette a passare circa l’80% delle importazioni cinesi di fonti energetiche, messe potenzialmente a repentaglio in caso in cui una crisi geopolitica con le nazioni del Sud-Est Asiatico, tutte tradizionalmente contrapposte a Pechino, imponesse la chiusura degli stretti. Iniziative come il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), infatti, sono strutturate nell’ottica di fornire un riposizionamento ottimale alla geografia dei traffici commerciali in entrata e uscita dalla Repubblica Popolare e di ridisegnare dal punto di vista euroasiatico la mappa dei commerci intercontinentali. Mentre l’Asia assurge a nuovo baricentro geopolitico planetario, Singapore si fa portavoce delle prospettive dell’ASEAN, un’associazione cui fa riferimento un mercato di 625 milioni di abitanti e 7.600 miliardi di dollari di PIL (a parità di potere d’acquisto) guidato da nazioni dinamiche come Indonesia, Malesia, Vietnam e Thailandia che non desidera essere esclusa dalle grandi manovre generate dal dispiegamento della Belt & Road Initiative. 

Il migliore interlocutore di Pechino per garantire il rilancio del dialogo con l’ASEAN è proprio la piccola ma rampante Singapore, che può vantare, forte della sua eterogeneità etnica, una notevole affinità culturale con l’Impero di Mezzo e notevoli interessi nelle sue dinamiche economiche: come riportato da Nile Bowie in un’interessante analisi pubblicata su Asia Times, infatti, Singapore è stato nel 2016 il secondo Paese per investimenti diretti nella Repubblica Popolare, con circa 6,2 miliardi di dollari, superiori ai 4,2 miliardi affluiti dalla Cina verso la città-Stato del Sud-Est asiatico. La nuova natura primaria di Singapore nello scenario asiatico in via di definizione sembra essere destinata ad essere proprio quella di piattaforma finanziaria capace di fungere da piazza dominante nei mercati finanziari ad alto tasso di crescita dell’area e, soprattutto, da base di smistamento per gli investimenti diretti esteri cinesi rivolti, nei prossimi anni, nell’area ASEAN. I principali progetti in questione, elaborati dal governo di Pechino, riguardano un hub portuale in via di costruzione a Melaka, in Malesia, e una linea ferroviaria ad alta velocità, la East Coast Railway Line, che in futuro potrebbe collegare il Mar Cinese Meridionale alle acque dell’Oceano Indiano. Tali progetti potrebbero potenzialmente ridurre il valore strategico commerciale di Singapore, che di conseguenza punta a riqualificarsi sotto una nuova veste e a recuperare un posizionamento geopolitico maggiormente fondato sull’equidistanza tra Cina e Stati Uniti. Un dinamico elemento dello scenario sud-est asiatico punta a non farsi tagliare fuori dai grandi progetti ad ampio raggio cinesi: in un futuro prossimo, nel caso in cui la relazione tra la Cina e l’ASEAN risulterà migliore e concreta sotto il profilo politico e commerciale, per la città-Stato potrebbe prospettarsi un ruolo di primo piano quale centro di provenienza e smistamento degli immensi flussi di capitali che attraverseranno le regioni euroasiatiche.

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