Continua il disgelo tra Israele e Turchia, ed è un’evoluzione che non va sottovalutata nell’intricato (E non solo a vocazione regionale) scacchiere mediorientale. Benny Gantz, ministro della Difesa israeliano e già candidato primo ministro, è stato ricevuto ad Ankara dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, dopo aver incontrato il suo omologo Hulusi Akar.

Non un semplice incontro di routine. Come sottolineato dai media di entrambe le parti e dagli osservatori internazionali, si tratta del primo incontro tra un ministro della Difesa israeliano e uno turco dalla crisi diplomatica iniziata nel 2010 e rientrata solo quest’anno dopo un lungo periodo di “vuoto”. La svolta era arrivata quest’anno, a marzo, con la visita di Stato del presidente israeliano Isaac Herzog in Turchia: primo leader della Stella di Davide a sbarcare nel Paese anatolico dopo 14 anni. Ma nel frattempo è stato un susseguirsi di ammiccamenti tra i due Stati che ha fatto intendere che fosse arrivato il momento di appianare le divergenze, quantomeno quelle più plateali, in vista di un comune obiettivo: soddisfare i reciproci interessi e, a latere, sostenere anche un processo di pacificazione che facesse anche il gioco degli Stati Uniti.

Prove in questo senso ce ne sono già state. In primis la questione ucraina, con Israele e Turchia che hanno cercato entrambi di ritagliarsi un ruolo di mediazione nel conflitto evitando di rompere le relazioni con la Russia di Vladimir Putin pur sostenendo la causa di Kiev. In secondo luogo, non va sottovalutato un altro fattore che unisce i due Paesi, e cioè il Caucaso: entrambi i Paesi sono partner dell’Azerbaigian e lo hanno dimostrato anche di recente in modalità e coinvolgimento diversi.

Infine, altro punto fondamentale, è quello del gas, con diversi analisti che sottolineano la possibilità che Israele decida di facilitare il proprio ingresso nel mercato europeo puntando su un eventuale gasdotto che colleghi i giacimenti del Levante al territorio anatolico evitando di puntare solo sul progetto sottomarino di EastMed.

Anche alcune fotografie segnalano un ulteriore processo di de-escalation. Non solo Erdogan ha da tempo abbassato i toni di sfida nei confronti di Israele (basti pensare ai vecchi slogan su Gerusalemme, ora messi da parte), ma non va dimenticato che a giugno la stampa turca aveva rivelato che era stato scoperto un progetto per compiere un attentato terroristico contro cittadini israeliani in Turchia. Notizia cui fece seguito una serie di arresti realizzati dalla polizia turca e che avevano portato alla scoperta di una rete di spionaggio iraniano nel Paese. Arresti giunti nello stesso periodo in cui Yair Lapid, non ancora premier, arrivato in Turchia per vedere il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu e il direttore dei servizi segreti, Hakan Fidan.

L’incontro di questi giorni segnala un ulteriore passo in avanti. Akar, che è uno degli uomini più importanti del governo turco e molto legato al presidente, che confermato l’idea che il rapporto costruttivo tra i due Paesi “facilita la ricerca di soluzioni in contesti di crisi” anche nella questione palestinese. E, cosa non meno importante, il ministro della Difesa turco ha detto che “lo sviluppo delle nostre relazioni e della nostra cooperazione negli ambiti della Difesa, sicurezza ed energia in particolare, può portare a sviluppi importanti per la pace e la stabilità regionale“. Dichiarazioni che fanno il paio con quelle di Gantz, che in riferimento ai rapporti con la Repubblica turca ha detto di essere convinto che “ci sia molto lavoro da fare insieme per ridurre l’influenza di chi vuole destabilizzare la regione“. Un segnale che non va sottovalutato anche in ottica di contrasto all’Iran, al punto che Gantz ha voluto ringraziare pubblicamente il governo turco per la protezione dei cittadini israeliani in riferimento a quell’episodio di giugno in cui si parlava di un piano di Teheran sventato all’ultimo.

Per il ministro della Difesa, che cerca anche di tracciare una linea per il prossimo esecutivo, il viaggio in Turchia ha anche il sapore di un vertice con un potenziale partner in caso di vittoria. Gantz ha parlato di legami commerciali, di rapporti solidi anche di natura diplomatica, di questioni di più ampia strategia mediterranea e mediorientale. Elementi che sembrano esulare dal tradizionale viaggio di un ministro della Difesa ma che rientrano appunto in una dialettica politica più ampia. Per Erdogan, invece, si tratta di capire come tramutare questo rinnovato buon vicinato con Israele in atti concreti. Il governo israeliano ha tenuto a ribadire l’amicizia con Cipro e Grecia, avvertendo sostanzialmente i suoi interlocutori turchi sul fatto che Israele non ha intenzione di volgere le spalle ad Atene e Nicosia. Tuttavia, è chiaro che Erdogan ora ha tutto l’interesse a ricucire con lo Stato ebraico sia nell’ottica di blindare le relazioni con un alleato degli Stati Uniti, sia proprio per scalfire quella partnership tra Israele e mondo ellenico che Ankara guarda con preoccupazione. Interessanti, proprio su questo punto, le aperture di Erdogan all’accordo sui confini marittimi tra Israele e Libano, che per la presidenza turca potrebbero essere un utile precedente anche nell’eterna disputa sul gas tra Cipro e l’autoproclamata repubblica di Cipro Nord.

Il disgelo, insomma, continua. Ed è un disgelo che non è detto venga vista con sfavore da una parte importante della politica turca. Non va dimenticato infatti che a parte le derive pro-Hamas o a sostegno della causa palestinese nell’ottica di leadership regionale, la Turchia non ha mai amato una politica regionale totalmente avversa a Israele. Anzi, per alcuni decenni, nonostante alcune perplessità turche sulla questione palestinese, i due Paesi, insieme all’allora Persia, rappresentavano i migliori partner regionali dello Stato ebraico nell’ottica di fermare le potenze arabe. Era quella partnership indicata da David Ben Gurion come “alleanza della periferia” e che si è interrotta poi per diverse vicissitudini tra cui, la più vistosa, quella della rivoluzione khomeinista. In ogni caso, anche alcuni gruppi nazionalisti turchi, laici, e segmenti kemalisti, non hanno mai disdegnato un approccio razionale verso Israele e scevro dall’ideologia neo-ottomana e legata a slogano di matrice islamista

Nel momento in cui la Turchia ha necessità di evitare fratture con gli Stati Uniti e trasformarsi nell’hub del gas del Levante per strapparlo ai suoi rivali, il rapporto con Israele risulta fondamentale. Mentre per quest’ultimo, risulta essenziale non solo fare in modo di superare ogni ostacolo alla possibilità di collegarsi all’Europa sotto il profilo energetico, ma anche evitare di avere Ankara contro se lo Stato ebraico punta a colpire il suo vero nemico regionale: l’Iran.

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