Urne chiuse e verdetto già conclamato: l’Armenia ha eletto il suo nuovo parlamento, il primo da quando la riforma Costituzionale approvato con un referendum nell’ottobre 2015 ha portato il paese da un sistema presidenziale ad uno parlamentare, con il potere esecutivo adesso in mano al primo ministro eletto dal rinnovato organo legislativo. Come previsto, a vincere le consultazioni è stato il Partito Repubblicano, al potere oramai da quasi vent’anni e che vede la propria percentuale di consensi andare oltre il 50%; in particolare, il partito dell’attuale presidente, Serz Sargsyan, ha avuto il 53% dei voti, distanziando la formazione politica d’opposizione più importante, ossia il gruppo ‘Tsarukyan Alleance’, che raggruppa il partito fondato dallo stesso Gagyk  Tsarukyan (Armenia Prospera) ed altre formazioni minori che, nel totale, hanno ottenuto il 26.56% dei voti. A seguire poi, vi è il partito Dashnaksutyun, alleato di governo dei repubblicani, con l’8% e via via altre due formazioni che hanno superato lo sbarramento del 5%.Rapporti sempre più solidi con la RussiaLa constatazione più importante, per quanto concerne la futura politica estera di Yerevan, riguarda la continuità circa il rapporto con Mosca: tanto il presidente Sargsyan, quanto gli uomini del suo partito all’interno del governo guidato dall’uscente (e probabilmente ‘rientrante’) Karen Karapetyan, negli ultimi anni hanno sempre espresso un atteggiamento di grande vicinanza con la Russia ed i rapporti bilaterali con il Cremlino hanno fatto dell’Armenia un bastione filorusso nel cuore del martoriato Caucaso. Dopo la ‘rivoluzione delle rose’ del dicembre 2004 in Georgia, la prima ‘primavera colorata’ all’interno di un paese dell’ex Unione Sovietica, e dopo un periodo di ambiguità nelle relazioni con l’Azerbaijan, il governo repubblicano di Yerevan è diventato negli anni un alleato strategico per Mosca e tale circostanza verrà ulteriormente rafforzata con l’insediamento del prossimo esecutivo. I rapporti con la Russia hanno influenzato, e non poco, i dibattiti durante la campagna elettorale anche se, di base, nessuna delle più importanti formazioni politiche è apparsa ostile a Mosca.Anche lo stesso leader dell’opposizione, l’oligarca ed ex lottatore Gagyk Tsarukyan, proprietario di diverse aziende di produzione di alcolici ed ex presidente del comitato olimpico armeno, nei comizi non ha mai messo in discussione l’alleanza con la Russia, anche se ha criticato l’atteggiamento del governo uscente considerato ‘troppo accondiscendente’ rispetto a Mosca. Complessivamente comunque, a Yerevan una rivoluzione colorata è apparsa ben lontana da qualsiasi prospettiva, a differenza che nelle altre repubbliche ex sovietiche dove in periodo di elezioni quasi sempre la disputa è tra filorussi e filo europei; l’eccezione armena, è stata favorita sia dalla vicinanza storico – culturale con la Russia da parte della sua popolazione e sia da un sistema politico complessivamente ‘compattato’ dall’eterna disputa con l’Azerbaijan per la questione del Nagorno – Karabakh, che non hai mai favorito la polarizzazione all’interno di un seppur spesso acceso dibattito politico.Serz Sargsyan sempre più saldo al potereUn’altra grande questione dell’appena conclusa campagna elettorale, ha riguardato il ruolo del presidente Serz Sargsyan, leader del Partito Repubblicano d’Armenia; il sistema, fino al 2015, era semi – presidenziale con il presidente eletto direttamente dal popolo a capo del potere esecutivo, condiviso poi con il primo ministro. Sargsyan si trova nella poltrona più alta dell’Armenia dal 2008 ed è stato poi confermato nel 2013; di conseguenza, per via del limite dei due mandati consecutivi, il presidente avrebbe dovuto abbandonare il timone della politica armena il prossimo anno, alla scadenza naturale del suo incarico. Pur tuttavia, tale prospettiva è oggi più lontana: infatti, come affermato in precedenza, nel 2015 una riforma costituzionale ha portato alla nascita di un sistema parlamentare dove il primo ministro è a capo dell’esecutivo ed al presidente spetta solo un ruolo cerimoniale; inoltre, sarà lo stesso parlamento ad eleggere il prossimo primo cittadino, conferendo quindi ulteriore ‘solennità’ alla carica ma al tempo stesso molto meno potere.Secondo molti osservatori, la riforma favorirà ulteriormente Sargsyan che, una volta scaduto il mandato come presidente, sarà designato quale nuovo primo ministro e dunque tornerà a guidare un altro esecutivo aggirando il limite del doppio mandato non rinnovabile. Con il 53% del Partito Repubblicano, questo scenario appare certamente il più probabile; da Yerevan, danno già per fatta la riconferma come primo ministro di Karen Karapetyan, il quale farà da ‘ponte’ in attesa poi che Sargsyan termini il suo mandato da presidente e possa assumere la guida del governo. Nel caso in cui salti questo passaggio, Karen Karapetyan appare comunque come la figura più vicina al presidente uscente e quindi, tanto in politica interna quanto estera, dovrebbe esserci una certa continuità con il recente passato nonostante un eventuale abbandono della politica da parte di Sargsyan.La questione del Nagorno – KarabakhLa guerra in corso praticamente quasi dall’anno dell’indipendenza dell’Armenia, è un affare molto sentito dall’attuale presidente e leader del partito vincitore: Serz Sargsyan infatti, è fratello di Vazgen Sargsyan, tra i fondatori del Partito Repubblicano ed ex primo ministro, ma soprattutto eroe del conflitto armato con l’Azerbaijan tra il 1994 ed il 1995. L’ascesa politica dei fratelli Sargsyan parte proprio da quegli anni, con Vazgen che arriva a toccare punte molto alte di popolarità per via della conduzione della guerra come Ministro della Difesa; Vazgen è stato poi assassinato nel 1999, quando era primo ministro e l’eredità politica è passata quindi a Serz che, tra le altre cose, è nato a Step’anakert, capitale dell’autoproclamata Repubblica Armena del Nagorno e considerata dagli armeni come parte integrante del proprio territorio. Dopo la tensione dell’aprile 2016, con le violenze che hanno provocato morti in entrambi gli schieramenti, la questione non solo non è stata risolta ma appare anche lontana da una minima distensione.Il Nagorno – Karabakh è una regione a maggioranza armena ma assegnata, all’epoca della costituzione delle Repubbliche sovietiche, all’Azerbaijan; una volta conseguita l’indipendenza dall’URSS nel 1991, la comunità armena ha chiesto di rientrare sotto la sovranità di Yerevan e questo ha portato all’inasprirsi della tensione fino al conflitto di metà anni 90, tra i più cruenti degli ultimi decenni. Il braccio di ferro tra Armena ed Azerbaijan continua ad essere allo stesso tempo collante e spina nel fianco per la politica armena; a febbraio, è stato registrato un altro contatto tra i soldati armeni ed azeri, con la questione che appare come una vera e propria polveriera che potrebbe innescare micce le cui conseguenze potrebbero avere anche una certa rilevanza internazionale.

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