Le relazioni bilaterali fra Stati Uniti e Federazione Russa, dopo la crisi ucraina del 2014, rimangono pessime, nonostante le aperture più volte annunciate dall’allora candidato alla Casa Bianca Donald Trump intenzionato a migliorare i rapporti con il Cremlino per fronteggiare il vero avversario strategico statunitense: la Cina. Nonostante gli atteggiamenti contraddittori e ambivalenti di Trump, nel complesso non c’è stata questa svolta nelle relazioni fra le due potenze più volte promessa. Questo pesante freno, tuttavia, è stato fortemente determinato dal falso scandalo del Russiagate che ha “inchiodato” e di fatto sabotato l’amministrazione Trump sin dal suo insediamento e per quasi tre anni. Ora che però il Presidente Usa si è liberato di quel pesante fardello, l’amministrazione Trump può provare a impostare un nuovo dialogo con Mosca, nell’ottica di una eventuale rielezione – tutt’altro che scontata.

Telefonata Trump-Putin “costruttiva e significativa”

E qualche seppur timido segnale in questo senso comincia ad arrivare. Come riportato dall’agenzia Adnkronos, il presidente americano Donald Trump ha avuto una conversazione telefonica con il presidente russo Vladimir Putin. “Donald Trump – ha reso noto un portavoce della Casa Bianca – ha ribadito il suo auspicio di evitare una corsa alle armi a tre tra Cina, Russia e Stati Uniti ed ha espresso la speranza di progressi nei prossimi negoziati sul controllo delle armi a Vienna”. Secondo quanto reso noto dal Cremlino, la telefonata fra i due leader è stata “costruttiva e significativa”. Mosca ha sottolineato che i due leader hanno parlato “di stabilità strategica e controllo delle armi alla luce della particolare responsabilità di Russia e Stati Uniti per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali”. “In questo contesto, hanno ribadito la rilevanza delle consultazioni bilaterali su questi temi, compreso il Trattato di riduzione delle armi strategiche”. Si è parlato inoltre del programma nucleare iraniano ed “entrambe le parti hanno sottolineato la necessità di uno sforzo collettivo per mantenere la stabilità regionale”. Il Trattato Salt-2 per la riduzione delle armi strategiche offensive venne siglato firmato da Brežnev e Jimmy Carter a Vienna il 18 giugno 1979.

Differenze profonde ma anche possibili convergenze strategiche

Sia chiaro: le differenze fra Washington e Mosca, e questo indipendentemente da chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca, sui principi dell’ordine mondiale e su numerosi partite regionali, sono e restano troppo profonde per cambiare dopo (l’ennesima) telefonata cordiale fra i due leader. Quanto durerà questo periodo di forte competizione strategica è difficile dirlo: ma è innegabile che una volta smontato il finto scandalo sul Russiagate Donald Trump e Vladimir Putin abbiano cominciato a quantomeno a riprendere il dialogo su temi fondamentali come la risposta globale al coronavirus e la corsa agli armamenti. Perché se la Cina è l’avversario strategico dichiarato di Washington, anche Mosca dopotutto teme l’ascesa del suo sempre più ingombrante vicino. E la Russia di Vladimir Putin ha dimostrato di ragionare con rigoroso realismo e non con preconcetti ideologici che lasciano il tempo che trovano, e dunque ha tutto l’interesse a dialogare con l’amministrazione americana. Come ha sottolineato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, “il Presidente Vladimir Putin cerca buone relazioni con tutti i Paesi; è pronto per un dialogo reciprocamente vantaggioso e costruttivo, purché sia ​​su un piano paritario e non si cerchi di imporre decisioni agli altri, e si basi sulla volontà di tenere conto della reciproca posizione”.

Questa visione pragmatica e fondata sul realismo politico si è spesso scontrata con l’eccezionalismo statunitense e con quell’idealismo di stampo wilsoniano che contraddistingue gli apparati americani e il loro approccio alle relazioni internazionali che nemmeno Donald Trump è riuscito a mutuare. Ma visti i pessimi rapporti degli ultimi anni, queste prove di dialogo rappresentano indubbiamente un segnale importante che potrebbe tradursi probabilmente, in futuro, in una nuova fase di “coesistenza competitiva” fra Mosca e Washington.

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