Si celebra oggi il centesimo anniversario della Rivoluzione bolscevica che, nel 1917, aprì la strada ai comunisti di Lenin verso la conquista del potere in Russia. A un secolo dalle cannonate dell’incrociatore Aurora sul Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, in ogni caso, le istituzioni russe si preparano a una celebrazione tiepida, per non dire fredda, di quello che, al di là delle concezioni ideologiche, è stato sicuramente un grande spartiacque della storia contemporanea.

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Per la giornata del 7 novembre, infatti, il governo russo ha deciso di organizzare una parata militare che commemorerà non l’evento del 1917 ma, al contrario, l’imponente parata militare celebrata il 7 novembre 1941 in una Mosca stretta d’assedio dalla Wehrmacht tedesca, che a detta di numerosi storici giocò un contributo notevole nella galvanizzazione del morale dell’Armata Rossa e dei cittadini sovietici e un sostegno primario alla susseguente controffensiva, decisiva per l’interruzione dell’offensiva delle truppe di Hitler e l’avvio dell’epopea della Grande Guerra Patriottica. Decisione in assoluta continuità con la linea di pensiero dominante nella religione civile della Russia di Vladimir Putin, che vede nel trionfo sulla Germania l’evento cruciale nella storia russa del XX secolo, adeguatamente celebrato nelle imponenti parate del 9 maggio, e che testimonia la cautela dell’attuale leadership, che porta a proprio principale merito la stabilizzazione del Paese nei primi Anni Duemila, circa i fatti del 1917.

La considerazione di Vladimir Putin, che da insider del sistema sovietico ha potuto constatare tutti i suoi connotati e le sue contraddizioni interne negli anni precedenti la sua implosione, è figlia sia del substrato personale del Presidente che dell’esperienza concreta di amministratore di primissimo piano di un Paese che, dopo la fine dell’Unione Sovietica, ha sperimentato sulla propria pelle la terapia shock e le conseguenze disastrose della selvaggia transizione ai dogmi dell’ideologia neoliberista. Il giudizio sul 1917 e sulla figura di Lenin proprio di Vladimir Putin è decisamente più netto di quello riservato all’Unione Sovietica nel suo complesso, criticata per l’autoritarismo del regime ma la cui scomparsa è stata definita una “catastrofe geopolitica” dal Presidente: Putin ha aspramente criticato il leader bolscevico per aver, nei primi anni del suo governo, piazzato una “bomba a tempo” nella neonata Unione Sovietica a causa della sua suddivisione interna basata sulle nazionalità e aver precipitato consapevolmente la Russia nel caos in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre. Nel corso di un intervento pubblico, nello scorso mese di ottobre, Putin ha posto un interessante interrogativo: “Dobbiamo chiederci: non era veramente possibile svilupparsi non attraverso la Rivoluzione ma per mezzo di una progressiva evoluzione, senza distruggere le precedenti istituzioni statali e rovinare senza pietà i destini di milioni di persone ma gradualmente, passo dopo passo?”.

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Le concezioni di Putin riflettono quelle di un Paese che, a venticinque anni dalla fine dell’era sovietica, risulta ancora in cerca di una completa identità e deve ancora completamente riprendersi dalle conseguenze di lungo termine dell’implosione dell’Unione Sovietica, manifestatesi sotto il profilo sociale, economico, istituzionale e geopolitico. Shaun Walker del Guardian ha emblematicamente intitolato “Rivoluzione? Quale Rivoluzione” un suo recente articolo dedicato alla tiepida percezione dell’anniversario da parte dell’opinione pubblica russa. Walker ha segnalato come, allo stato attuale delle cose, il leader russo maggiormente intento a tenere vivo il ricordo del 1917 è Gennady Zjuganov, esponente di punta del Partito Comunista della Federazione Russa e quattro volte candidato alla presidenza, sconfitto al secondo turno da Boris Eltsin nel cruciale voto del 1996 e in corsa per un ulteriore nomination per il 2018. Zjuganov, che nel 2012 è risultato il secondo candidato più votato dopo lo stesso Putin, ha puntualizzato che per i suoi sostenitori il 7 novembre rimane e rimarrà sempre una celebrazione di primaria importanza. Il fatto che, allo stato attuale delle cose, il culto della Rivoluzione non appaia decisamente funzionale alla situazione della Russia odierna evidentemente non viene considerato: mentre il centenario arriva e passa in sordina, la nazione appare decisamente concentrata su altri temi, e non sarà certamente un revival dell’ultimo minuto a portare il tema della Rivoluzione all’attenzione del grande pubblico. Dopo aver faticosamente riconquistato la stabilità, la Russia odierna preferisce guardare al futuro piuttosto che fossilizzarsi sul passato.

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