Il conflitto nel Donbass sta tornando ad infiammarsi. A dirlo all’inviata a Kiev del quotidiano La Stampa, Francesca Sforza, è uno dei membri della Missione Speciale di Monitoraggio dell’Osce. Gli accordo di Minsk per il cessate il fuoco, di fatto, non sono mai entrati pienamente in vigore. Ma se nell’ultimo anno il lancio dei proiettili di artiglieria sulla linea del fronte, da una parte e dell’altra, iniziava nel tardo pomeriggio per finire nelle prime ore del mattino, ora secondo gli osservatori dell’Osce citati dal quotidiano torinese gli scambi di colpi vanno avanti dall’alba al tramonto, senza interruzioni. Secondo gli osservatori si registrano al giorno “circa 150 esplosioni”.

Ma la guerra in Ucraina non si combatte solo con le armi convenzionali. Lo scorso 25 settembre, infatti, il presidente Petro Poroshenko, ha firmato una legge che stabilisce l’obbligo di utilizzare l’ucraino come lingua principale in tutte le scuole del Paese a partire dalla quinta elementare. E in un Paese con quasi mezzo milione di bambini appartenenti a minoranze linguistiche ed etniche, in primis quella russa, il provvedimento ha finito per provocare nuove tensioni, sia all’interno del Paese, sia a livello internazionale. Non c’è stata solo Mosca, infatti, a stigmatizzare il provvedimento. Durissimo è stato il ministro degli Esteri ungherese, Peter Siyarto, che è intervenuto a difesa delle minoranze magiare di Vinogradovsky e Beregovsky, annunciando di essere pronto, per rappresaglia, a chiedere una una revisione del trattato di associazione dell’Unione Europea con l’Ucraina. A Kiev, ha aggiunto Siyarto, le minoranze sarebbero “in una situazione peggiore rispetto all’ex Unione Sovietica”. Per protestare contro la misura approvata dalla Verkhovna Rada lo scorso 5 settembre, anche il presidente rumeno Klaus Iohannis aveva rinunciato a recarsi in visita ufficiale nel Paese.

Intanto il Paese deve fare i conti anche con i problemi interni. In questi giorni ci sono stati scontri a Kiev tra polizia e manifestanti che si sono accampati con almeno cinquanta tende davanti alla Rada per protestare contro la corruzione. I manifestanti, circa 4mila, tra cui l’ex governatore di Odessa, il georgiano Mikhail Saakashvili, accusano il presidente Poroshenko di non aver introdotto le riforme contro la corruzione e di non essere in grado di risolvere la crisi nel Donbass. Ieri il Parlamento ha messo in agenda la discussione di alcune delle proposte dei manifestanti, tra cui ci sono anche alcuni rappresentanti delle forze ultranazionaliste del Paese, come la rimozione dell’immunità parlamentare per i depuutati e la riforma del sistema elettorale. Ma in caso di risposta negativa alle richieste della piazza, “Misha”, come l’ex premier georgiano si fa chiamare dagli amici, chiede a gran voce la convocazione di elezioni anticipate, legislative e presidenziali.

Non si tratta di una nuova Maidan, assicurano i manifestanti. Ma la situazione di forte instabilità in cui versa il Paese preoccupa molti, compreso il Cremlino. E potrebbe portare ad un ulteriore inasprimento del conflitto nelle regioni del Sud-Est. Mosca “segue con attenzione gli sviluppi della situazione a Kiev”, ha affermato nei giorni scorsi il portavoce del Cremlino, Dmitrj Peskov. La risoluzione del conflitto nel Donbass, insomma, è un fatto prima di tutto politico, legato agli equilibri regionali e internazionali. Del resto, confermano gli osservatori dell’Osce intervistati dalla Stampa, le parti in conflitto comunicano regolarmente, hanno il controllo del territorio e le tregue, quando vengono stabilite, vengono anche rispettate. Manca però la volontà politica di mettere la parola fine al conflitto, che, ora, un cambiamento degli equilibri a Kiev potrebbe condurre verso una nuova escalation.

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