L’assalto a Capitol Hill rimane una ferita aperta nel cuore della democrazia americana, se non altro perché, a un anno di distanza, il Paese è sempre più diviso e l’opinione pubblica polarizzata fra chi sostiene che sia stato un colpo di stato architettato da Donald Trump e dai suoi consiglieri, e chi, al contrario, minimizza spiegando che si è tratta di una una manifestazione dai toni grotteschi che non merita così tante attenzioni, strumentalizzata dai democratici in un momento di grandissima difficoltà e affanno per l’amministrazione Biden. Le ultime notizie, in effetti, sembrano tutt’altro che andare nella direzione di una pacificazione nazionale. “Voglio essere chiaro: gli Stati Uniti non sono terra di re, dittatori o autocrati” ha sottolineato Joe Biden a un anno dai fatti del Campidoglio, riferendosi senza troppi giri di parole a Donald Trump e sottolineando come il tycoon continui a rappresentare una minaccia per la democrazia più grande del mondo.

Per Biden quella del gennaio scorso “fu un’insurrezione armata”, una cosa “mai successa nemmeno durante la guerra civile”, con un ex presidente che non mosse un dito per fermarla e per la prima volta nella storia americana cercò “di rovesciare elezioni libere, sovvertire la costituzione e la volontà del popolo, fermare il trasferimento pacifico dei poteri. Tutto il mondo ha visto!”. Piccata la replica dell’ex presidente: “Biden usa il mio nome per dividere ancora di più il Paese. Le sue parole sono solo teatro politico per coprire e distrarre dal suo completo e totale fallimento”.



Trump rischia di essere incriminato

Per Trump potrebbero però arrivare presto delle pessime notizie. Secondo il Guardian, che cita alcune fonti anonime, la Commissione della Camera che indaga sull’assalto al Campidoglio potrebbe chiedere al ministero della Giustizia di accusare l’ex presidente di un ventaglio di reati che vanno dalla cospirazione per sovvertire il risultato delle elezioni a capi d’imputazione meno gravi come l’ostruzione diretta dell’attività del Congresso. Trattasi – ad oggi – di indiscrezioni non confermate che vanno prese con la dovuta cautela anche perché, come spiega il Corriere della Sera, il ministro della Giustizia, Merrick Garland, non avrebbe alcun obbligo di chiedere un’incriminazione di Trump se sollecitato a farlo dalla Commissione. La notizia, tuttavia, potrebbe confermare il fatto che l’indagine della commissione si starebbe stringendo attorno alla figura dell’ex presidente.

A che punto sono le indagini sull’assalto al Campidoglio?

Nei sei mesi successivi alla sua creazione, come ricorda Usa Today, il comitato ristretto della Camera che indaga sull’attacco del 6 gennaio al Campidoglio ha citato in giudizio 49 persone e ha accumulato più di 35.000 pagine di documenti. Di queste citazioni, 22 (45%) sono state emesse a persone legate a Trump, incluso personale amministrativo e consulenti vari. I destinatari delle suddette citazioni includono figure di alto profilo tra cui Steve Bannon, Roger Stone, Michael Flynn e Mark Meadows. Anche quattro organizzazioni sono state citate in giudizio dalla commissione: si tratta di Proud Boys, Oath Keepers, 1st Amendment Praetorian e Stop the Steal. La commissione ristretta si è data parecchio da fare anche nelle ultime settimane. Lo scorso 4 gennaio, il comitato ha chiesto al conduttore di Fox News Sean Hannity di rispondere alle domande sui messaggi di testo che ha inviato a Trump e allo staff della Casa Bianca nei giorni successivi alla rivolta di Capitol Hill; in precedenza, il 22 dicembre scorso, la commissione che indaga sull’assalto ha chiesto al deputato Jim Jordan informazioni sulla sua comunicazione riportata con Trump il 6 gennaio e sui suoi “sforzi per contestare i risultati delle elezioni del 2020 nelle settimane precedenti”.

Il Premio Pulitzer: “Non è stato un colpo di stato”

Non tutti gli opinionisti sono convinti che quello del 6 gennaio fu un serio tentativo di colpo di stato. Secondo il Premio Pulitzer Glenn Greenwald, infatti, questa narrazione è ampiamente gonfiata dai democratici per delegittimare i repubblicani. “Quello che è successo il 6 gennaio è stato brutto e inquietante. Ma non era affatto simile un’insurrezione, un colpo di stato o qualsiasi cosa che minacciasse la democrazia americana (nella misura in cui si può dire che esista) in modo fondamentale o duraturo” osserva Greenwald. “Quella verità fondamentale – che era semplicemente una protesta arrabbiata che, come tante del suo genere, si è trasformata organicamente in una rivolta di tre ore che non ha ucciso nessuno tranne quattro dei manifestanti – ne distrugge il valore. Solo la falsa narrativa che è stata costruita nell’ultimo anno e consacrata dalle folli feste odierne può trasformare questo banale episodio in qualche evento storico mondiale che fa subito degli eroi di coloro che erano lì ad opporsi e giustifica tutto e tutto ciò che è stato fatto in il nome di impedirne la ripetizione”. Un evento che a distanza di un anno divide gli americani, non sono nelle analisi degli opinionisti.

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