La presenza dell’Iran in Siria continua a essere il punto nevralgico delle relazioni triangolare fra Israele, Russia e Stati Uniti. Lo ha confermato il consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton in queste ore, durante il suo viaggio in terra israeliana. Il suo incontro con Benjamin Netanyahu a Gerusalemme ha rappresentato l’ennesima conferma della sinergia che si è costruito in questi anni fra il governo israeliano e l’amministrazione di Donald Trump. Una perfetta convergenza d’interessi che per il Medio Oriente significa soltanto una cosa: colpire l’Iran.

Gli Stati Uniti stanno facendo il possibile per accontentare Israele. L’assedio intrapreso nei confronti di Teheran è ormai non solo politico ma anche economico. L’uscita di scena degli Usa dall’accordo sul nucleare è stato il gesto più eclatante. Ma la questione è molto più radicata. Israele (e gli Stati Uniti con esso) non vuole soltanto colpire la strategia iraniana, ma vuole fare in modo che il Paese degli Ayatollah non possa provare ad assumere la leadership mediorientale o costruire una rete d’interessi tale da sfidare Israele e i suoi partner.

Questa sfida passa inevitabilmente per la Siria, campo di battaglia prediletto fra Teheran e i suoi avversari. Ma in Siria, Stati Uniti e Israele continuano ad avere un ostacolo che appare, almeno fino ad ora, insormontabile: la Russia. Trump e Vladimir Putin hanno instaurato, in questo mesi, un rapporto estremamente complesso.

Divisi da strategie totalmente diverse da agende in conflitto fra loro, i due leader sono apparsi comunque in grado di dialogare. Ma quello che preme alla Russia, cioè la fine della guerra in Siria, è un inestricabile gioco di dare e avere in cui i due leader si trovano (inevitabilmente) su fronti opposti. 

Bolton ha parlato chiaro: vuole che la Russia aiuti gli Stati Uniti a far uscire le forze iraniane dalla Siria. Compito difficile che, dal Cremlino, dicono di non essere in grado di garantire. Putin sa benissimo cosa vogliono sia Netanyahu che Trump, ma sa anche che non può costringere l’Iran a fare ciò che desiderano i suoi avversari. Non può perché non ha il potere per farlo ma soprattutto perché questo significherebbe mostrare al mondo una spaccatura fra Mosca e Teheran che, in questa precisa fase storica, Putin non può permettersi. E lo stallo, quindi, sembra destinato a continuare. Anche perché le posizioni fra i Paesi coinvolti abbiano ancora lontane da una convergenza.

La Russia avrebbe anche interesse a vedere le forze legate all’Iran fuori dalla Siria. Soprattutto se questo servisse a completare la sua strategia siriana e a far cessare definitivamente sia l’intervento americano che i raid israeliani. Ma la situazione, specialmente a nord, è ancora estremamente complessa.

Per impegnarsi totalmente nel convincere l’Iran a ritirarsi dalla Siria, Putin, probabilmente, chiederà agli Stati Uniti di fare altrettanto con le proprie truppe nella regione curda del Rojava. Nel nord-est della Siria, il governo siriano è ancora escluso dal controllo del Paese. E per Putin non può esserci una stabilizzazione del Paese senza la fine dell’intervento occidentale e turco in quell’area. Uno scambio che a Trump interessa: da sempre il presidente americano considera la guerra in Siria un problema da risolvere al più presto. Ma le pressione israeliane sulla Casa Bianca rendono impossibile al presidente Usa il ritiro da quella guerra.

L’incontro di giovedì a Ginevra fra Bolton e il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrushev sarà utile per capire gli sviluppi della guerra in Siria. Ma l’idea è che ci troviamo di fronte a un nodo ancora inestricabile. Il gioco è molto più che complesso e i terreni di scontro (e anche di scambio) fra i due Stati sono tantissimi. 

In tutto questo, bisognerà anche capire come si muoverà Israele. Le parole del funzionario americano a Gerusalemme inducono ad alcune riflessioni. Bolton ha parlato dei raid israeliani in Siria come azioni di “legittima difesa”, di fatto approvando pubblicamente l’operato dell’aviazione dello Stato ebraico.

E c’è chi parla di un incontro fra Bolton e Netanyahu anche per stabilire alcune linee guida in caso di ripresa delle operazioni congiunte di Stati Uniti e Israele, probabilmente con attacchi mirati da parte delle rispettive aviazioni. Un segnale, in questo senso, potrebbe essere arrivato proprio da Teheran con la nomina del nuovo comandante delle forze aeree, il generale Aziz Nasirzadeh. La nomina della Guida Suprema Ali Khamenei proprio in concomitanza con l’arrivo di Bolton a Gerusalemme, potrebbe essere un messaggio che l’intelligence di Teheran sa cosa bolle in pentola.

Aspettando, ancora una volta, l’intervento di Putin, ormai il vero deus ex machina di questo complesso gioco mediorientale. E il prossimo incontro del blocco di Astana, mai come adesso fondamentale vista la contemporanea pressione su Turchia e Iran, potrebbe essere decisivo.

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