Nella mattina di giovedì 8 dicembre un attentatore suicida si è schiantato contro un check point all’esterno del centro di comando della polizia di Chabahar, nel sud-est dell’Iran, causando la morte di quattro persone e il ferimento di una quindicina tra civili e membri delle forze di polizia, immediatamente trasferiti all’ospedale Imam Ali.

L’esplosivo era stato nascosto all’interno di un pickup-truck marca Nissan guidato a tutta velocità verso il centro di comando; gli agenti di guardia hanno però aperto il fuoco contro il mezzo e a quel punto il kamikaze si è fatto esplodere.

Nel pomeriggio di giovedì il generale Ramezan Sharif, portavoce del dipartimento di pubbliche relazioni delle Guardie Rivoluzionarie ha dichiarato:

“La maggior parte dei gruppi terroristi sono legati a servizi di sicurezza stranieri di paesi come l’Arabia Saudita e cercano sempre di fomentare insicurezza sui nostri confini”.

Sharif ha poi aggiunto che le autorità iraniane risponderanno duramente a questo tipo di attacchi, identificando e colpendo sia gli individui responsabili che i gruppi jihadisti di riferimento”.

Poco prima anche il ministro degli Esteri di Teheran, Mohammad Javad Zarif, aveva parlato di “attacco perpetrato da terroristi sostenuti dall’estero”.

L’attentato è successivamente stato rivendicato dal gruppo jihadista sunnita Ansar al-Furqan anche se non sono ancora arrivate conferme ufficiali da parte di Teheran.

Ansar al-Furqan e il jihadismo sunnita in Iran

La città di Chabahar si trova nella provincia iraniana del Sistan e Baluchistan, dove da tempo operano gruppi jihadisti di matrice sunnita e separatista legati alla minoranza baluchi che è ampiamente presente in Pakistan. Il Baluchistan pakistano è infatti la più grande provincia del Paese ed è anche base per numerosi gruppi jihadisti, tra cui i Talebani con base proprio nei pressi del capoluogo Quetta. Le autorità di Teheran hanno più volte puntato il dito contro il Pakistan, accusandolo di dare rifugio a jihadisti che cercano di colpire in territorio iraniano.

L’organizzazione Ansar al-Furqan nasceva nel 2013 da quanto restava dei gruppi “Harakat Ansar Iran” e “Hizb ul-Furqan”. Il primo dei due gruppi risulta di particolare interesse in quanto fuoriusciva a sua volta dalla nota organizzazione separatista belucha “Jundallah” (Movimento di Resistenza del Popolo Iraniano) in seguito all’arresto del suo leader Abdulmalek Rigi nel 2010 (poi giustiziato dalle autorità iraniane).

Harakat Ansar Iran cambiava poi nome in “Harakat al-Ansar”, un chiaro intento di eliminare la componente simbolica iraniana; il gruppo veniva più volte accusato dall’Iran di ricevere finanziamenti da Arabia Saudita, Pakistan e Qatar. Le autorità di Teheran sostengono poi che Harakat al-Ansar è a sua volta collegata non soltanto ai Talebani ma anche al gruppo jihadista siriano Jabhat al-Nusra.

Nel dicembre del 2017 la neo-nata Ansar al-Furqan aveva rivendicato l’attentato ad alcuni condotti petroliferi nella provincia iraniana del Khuzestan.

I precedenti attacchi

Lo scorso 22 settembre durante una parata militare ad Ahvaz, sempre nel sud-est del Paese, una cellula di jihadisti armati si era infiltrata all’annuale parata militare per l’anniversario della guerra tra Iran e Iraq e aveva aperto il fuoco contro le formazioni militari in marcia prima di venire abbattuta dal fuoco dell’esercito. Il bilancio complessivo dell’attacco era di 29 morti e 53 feriti, sia militari che civili e 5 terroristi abbattuti.

Le rivendicazioni risultavano essere due, una da parte dell’Isis tramite il suo organo di propaganda Amaq, ma senza fornire alcuna prova, l’altra dal “Movimento Nazionale di Resistenza di Ahvaz”, dichiaratosi difensore della minoranza sunnita in Khuzestan.

Il governo di Teheran puntava però il dito contro “agenti esteri”, in particolare Stati Uniti e Arabia Saudita, accusati di armare i gruppi jihadisti sunniti per cercare di destabilizzare l’Iran. L’attentato di Ahvaz mostrava tra l’altro delle inquietanti similitudini con quello del 6 ottobre 1981 contro l’ex presidente egiziano Anwar Sadat, aspetto già trattato qui dagli Occhi della Guerra.

Il 7 giugno 2017 invece due cellule jihadiste assaltavano il parlamento iraniano e il mausoleo dell’ayatollah Khomeini, con un bilancio totale di 18 morti (oltre ai 5 terroristi rimasti uccisi) e 52 feriti; gli attacchi venivano successivamente rivendicati dall’Isis tramite Amaq. Le autorità iraniane anche in quell’occasione puntavano prevalentemente il dito contro Riyadh, accusata di sostenere i jihadisti sunniti in Siria, Iraq e Iran per colpire gli sciiti e cercare di destabilizzare l’Iran.

Poco più di una settimana dopo le autorità iraniane annunciavano una serie di attacchi terra-terra contro postazioni dell’Isis nella cittadina siriana di Dayr al-Zawr che avevano portato all’eliminazione di numerosi terroristi e alla distruzione di depositi di armi. Le autorità di Teheran rendevano inoltre noto che l’Iran è in grado di raggiungere e colpire i terroristi “takfiri” ovunque essi si nascondano.

L’asse sciita che preoccupa il mondo sunnita

L’attività dei gruppi jihadisti sunniti in suolo iraniano non è altro che un micro-teatro di un ben più ampio scontro di lunga data tra l’asse sciita che da Teheran attraversa Iraq e Siria per raggiungere Hizbullah in Libano e il ramo islamista sunnita-wahhabita supportato da Riyadh e dalle monarchie del Golfo.

L’esito del conflitto siriano è risultato infelice per le fazioni jihadiste sunnite mentre l’offensiva saudita in Yemen contro la minoranza sciita degli Houthi sta mettendo in seria difficoltà il governo di Riyadh.

Da diverso tempo l’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno infatti imposto una specie di embargo allo Yemen, bloccando l’attività dei porti e imponendo una feroce “guerra economica” ai ribelli sciiti, con conseguenze devastanti sulla popolazione civile. Un’offensiva bellica ed economica che non ha certo neutralizzato gli Houthi, accusati dalla coalizione sunnita di essere il “braccio yemenita” dell’Iran.

La posta in palio è alta visto che in ballo c’è l’egemonia in Medio Oriente in un momento in cui l’Arabia Saudita è scossa da forti dissidi interni aggravati dall’imbarazzante esecuzione dell’oppositore Jamal Khashoggi, perpetrata in maniera maldestra e disorganizzata all’interno della sede diplomatica saudita in Turchia lo scorso ottobre.

Al terremoto saudita va ad aggiungersi anche la drammatica situazione dei Fratelli Musulmani a livello internazionale, saliti rapidamente al potere in diversi Paesi subito dopo le cosiddette Primavere Arabe, non senza il supporto di alcune potenze occidentali e poi dilaniati da una serie di fattori endogeni ed esogeni. Insomma, le prospettive per la branca sunnita e wahhabita non sono delle più rosee in un momento in cui il filone sciita guidato dall’Iran sembra avere la meglio. In ogni caso è difficile fare previsioni in quanto gli equilibri in Medio Oriente cambiano repentinamente, come dimostrano gli eventi dal 2011 ad oggi.

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