Con l’esplosione del dibattito sull’immigrazione e il caso della nave Diciotti, si torna a parlare di “modello australiano”. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini lo considera come un esempio da seguire per il nostro Paese. Una presa di posizione netta, dal momento che l’Australia applica sull’immigrazione una politica durissima nei confronti di chiunque si avvicini alle coste dell’isola clandestinamente. Ma vediamo in cosa consiste.

“No Way”, il pugno di ferro dell’Australia

I governi australiani hanno impostato la loro campagna di controllo delle coste sulla tolleranza zero. Il concetto è semplice: nessuno entra in Australia illegalmente, a prescindere da età, sesso, religione o gruppo etnico. E lo slogan applicato da Canberra verso chi tenta di arrivare sulle sue coste clandestinamente, è altrettanto chiaro: “No way”

Il motto è stato poi utilizzato in un video realizzato dal governo australiano in cui Angus Campbell, comandante dell’operazione Frontiere sovrane ha spiegato che il senso della sua missione è quello di “intercettare qualsiasi nave che sta cercando di entrare illegalmente in Australia e rimuoverla in sicurezza”. “Le regole si applicano a tutti, anche famiglie e bambini, non ci sono eccezioni”, afferma il generale in tenuta mimetica nel video di propaganda. 

Il modello è stato introdotto in Australia nel 2013 dall’allora primo ministro conservatore Tony Abbott. Il quadro di riferimento è il programma “Pacific Solution” e si può sintetizzare in due direttrici. La prima, è che chiunque non ottiene lo status di rifugiato politico, viene rimpatriato. La seconda, è che chiunque tenti di entrare illegalmente in Australia, in larga parte su barconi provenienti dal Sud-est asiatico, viene intercettato, identificato e trasferito nei centri di detenzione costruiti dal governo australiano sia nell’isola che all’esterno. Due in particolare sono quelli più noti: il primo nell’isola di Manus, in Papa Nuova Guinea, chiuso nel 2017; l’altro a Nauru, ancora operativo. 

Gli effetti

Se l’obiettivo di Canberra era quello di fermare gli ingressi clandestini via mare, di sicuro ci è riuscita. Non solo gli sbarchi sono praticamente finiti, ma, come riporta il sito Formiche, anche i tentativi di raggiungere l’Australia sono calati drasticamente. Segno che anche l’immagine di un Paese impermeabile cambia la percezione dei trafficanti di esseri umani ma anche di coloro che vogliono raggiungere clandestinamente le sue coste. Dal 2015 al 2018 sono stati bloccate 18 imbarcazioni, numeri quindi decisamente bassi, e sono stati arrestati più di 500 trafficanti di esseri umani e capi di organizzazioni criminali legate all’immigrazione.

A dimostrazione di quanto detto, una notizia arrivata proprio in queste ore dall’Austria dove per la prima volta negli ultimi quattro anni, un barcone di migranti è riuscito a raggiungere le coste australiane. Uno sbarco solo in quattro anni: numeri che fanno riflettere vista anche la vastità del territorio costiero da controllare. 

Per il governo australiano, tanto è bastato per parlare di falle al sistema di sicurezza. Il ministro dell’interno Peter Dutton ha confermato comunque che le 15 persone a bordo dell’imbarcazione, tutti provenienti dal Vietnam sono stati immediatamente arrestati e portati nei centri di detenzione.

I centri di detenzione

In questi anni, sono in molti ad aver criticato aspramente la politica impostata dai governi conservatori. In particolare, preoccupare le organizzazioni internazionali e l’opposizione interna è il centri di detenzione di Nauru. Lo confermano anche alcune inchieste giornalistiche che hanno descritto le pessime condizioni in cui vivono i detenuti. A preoccupare è in particolare la condizione dei bambini che vivono in questi campi.

Come riportò il Guardian nel 2016, “più della metà delle 2.166 segnalazioni – un totale di 1.086 incidenti, pari al 51,3% – coinvolgono bambini, anche se i bambini costituivano solo circa il 18% di quelli in detenzione su Nauru durante il periodo coperto dai rapporti, da maggio 2013 a ottobre 2015″. E le notizie di incidenti e abusi sono arrivati anche all’allora premier Malcolm Turnbull, che decise di avviare un’inchiesta pubblica per decretare le responsabilità nella situazione del campo di prigionia di Nauru. Lo stesso governo australiano, a dimostrazione della trasparenza della sua politica migratoria, ha pubblicato un rapporto dettagliato sulle accuse di violenze anche a danni dei bambini.

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