Dal cuore della Cina al cuore dell’Europa, passando per Urumqi, Samarcanda, l’Iran e la Turchia per finire a Duisburg, nel centro geografico e industriale della Germania. La Via della Seta terrestre prende sempre più forma e in questi giorni aggiunge un tassello fondamentale: Teheran. L’accordo siglato dal Partito comunista cinese e dalla Repubblica islamica dell’Iran è un patto di 25 anni che rappresenta uno snodo fondamentale nella strategia cinese. Sul piatto 400 miliardi di dollari, petrolio e gas venduti alla Cina e infrastrutture cinesi sul suolo iraniano. Ma è soprattutto un accordo strategico che afferma la penetrazione di Pechino nel Medio Oriente.

L’Iran si tuffa tra le braccia della Cina

L’accordo arriva in un momento particolarmente delicato per l’Iran. Vessato dalle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti per il programma nucleare e piegato dalla crisi del coronavirus, il Paese vive un abisso di isolamento internazionale e crollo dell’economia. Una spirale inquietante cui si aggiungono i continui venti di guerra che spirano nelle acque del Golfo Persico e che coinvolgono inevitabilmente tutto il Vicino Oriente. Una miscela esplosiva che ha reso l’accordo con la Cina una scelta praticamente obbligata per la Repubblica islamica, che adesso ottiene una boccata d’ossigeno finanziaria, infrastrutturale e politica in un momento in cui appariva inevitabilmente il collasso.

Il corridoio terrestre della Via della Seta

Ma se per l’Iran l’accordo era fondamentale per evitare di scivolare in un disastro economico e politico, per la Cina può essere considerato un vero punto di svolta per la sua avanzata verso l’Occidente. Un passaggio naturale che le permette non solo di sostituire la rotta marittima della Nuova Via della Seta (abbiamo visti i rischi di essere legati esclusivamente a Suez), ma anche di evitare di passare obbligatoriamente attraverso la Russia. In questo senso, il corridoio terrestre si arricchisce di un tassello estremamente importante. E grazie alla partecipazione della Turchia nello sviluppo della One Belt One Road, fa sì che le merci e gli interessi cinesi arrivino in Europa su un altro fondamentale binario.

Espandersi in Medio Oriente

Ma non c’è solo la questione commerciale. Sarebbe infatti molto riduttivo credere che la Via della Seta sia soltanto un programma di natura economica legato all’industria e alle capacità tecnologiche cinesi. Il sistema messo in piedi dalla Repubblica popolare è infatti un progetto di più ampio respiro che serve soprattutto a far spostare il confine della sfera di influenza americana sempre più a ovest, provando a mettere in dubbio la strategia Usa anche nel Medio Oriente.

A far comprendere in maniera molto chiara il piano di Pechino, basta riflettere sul fatto che la tappa di Teheran era per il ministro degli Esteri Wang Yi solo una di una serie di incontri ufficiali svolti nel giro di una settimana in tutta la regione. Il ministro cinese è sbarcato in Turchia, Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Oman. E questo è un segnale molto importante sul ruolo che Pechino assegna a una regione che è da sempre fortemente influenzata dagli Stati Uniti. Un ruolo che all’inizio era incentrato solo sul mercato petrolifero, visto che la Cina importa una gran parte del suo petrolio proprio dai Paesi del Golfo Persico. Ma che adesso si è esteso a diversi rami dell’economia, fino a trasformare la Cina nel primo investitore dell’area. E ovviamente assume caratteristiche strategiche di più ampio respiro, che riguardano la tecnologia, l’ambito militare fino alla possibilità di sfruttare le infrastrutture fisiche e digitali costruite nei Paesi coinvolti.

Il nodo iraniano

In questa lunga programmazione, l’Iran rappresenta un tassello fondamentale per diverse ragioni. Dal punto di vista geografico, come abbiamo visto, è chiaro che la Repubblica islamica sia un passaggio centrale nello sviluppo terrestre della Via della Seta. Ma la geografia iraniana ha anche altri aspetti che non vanno sottovalutati e che sono il motivo sia della forza di Teheran che anche della sua centralità rispetto agli interessi mondiali. Avere incluso l’Iran in questo corridoio di alleanze e partnership strategiche si traduce infatti nell’arrivo di Pechino nel Golfo Persico e sulle rotte del petrolio che passano per lo stretto di Hormuz. Una scelta particolarmente importante se si osserva come la Cina abbia già da tempo avviato relazioni con tutti i governi che si affacciano su quel bollente specchio d’acqua, a cominciare dal Qatar per finire con gli EAU, considerato un hub dei piani cinesi nel Golfo. Il controllo di un choke point di tale importanza, unito alla possibilità di monitorare le rotte del petrolio che arrivano direttamente nei terminali cinesi aiuterà non poco gli interessi di Pechino sul fronte energetico.

L’aspetto più interessante di questo coinvolgimento del Golfo Persico nella rete di alleanze cinesi è anche quello che riguarda l’aspetto militare. La presenza delle forze americane nell’area, divise su diverse basi dall’Iraq fino alle coste dello Stretto di Hormuz, è uno dei punti principali della strategia Usa nell’area euro-asiatica. Il fatto che la Cina arrivi con le sue tecnologie e gli accordi politici in cui sono presenti uomini e sistemi d’arma del Pentagono, è sicuramente un punto su cui riflettere. Specialmente perché attraverso l’accesso ai porti e alle basi iraniane può includere nel proprio ombrello elettronico e di sorveglianza anche le aree in cui sono presenti le forze armate americane. Una scelta che per l’Iran rappresenta anche una garanzia, insieme agli accordi con la Russia, in caso di escalation militare con gli Stati Uniti. Ma che serve anche come campanello d’allarme per tutta la strategia Usa, tanto che potrebbe essere anche una potente leva contrattuale per Teheran nelle trattative per un nuovo accordo nucleare dopo l’uscita degli Stati Uniti.

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