Uno dei più grandi obiettivi della Cina è diventare potenza egemone in Asia. Da decenni Pechino prova, senza successo, a recintare il cortile di casa per delimitare la propria sfera di influenza politica, economica e culturale. I sogni di gloria cinesi si sono sempre scontrati con la realtà e con l’ingombrante presenza degli Stati Uniti in tutto l’indo-pacifico. Ed è proprio questa la chiave che ha fin qui permesso a Washington di tenere a bada la Cina: il controllo dei mari e, in particolare, delle acque limitrofe al Dragone. Senza poi considerare le varie alleanze strategiche sulle quali la Casa Bianca può contare in loco: Taiwan, Giappone ma anche Vietnam e Filippine, sempre più stanche della prepotenza cinese nel Mar Cinese Meridionale. Ma la zona adesso è in pieno fermento e un nuovo equilibrio è pronto a sorgere dalle ceneri del precedente. La Cina vuole prendersi tutto per sé. A discapito degli Stati Uniti, s’intende.

Un braccio di ferro infinito

La rivalità tra Cina e Stati Uniti, ormai, si è estesa su più fronti. Ogni scintilla è in grado di provocare un incendio ma – e i dazi lo confermano – le fiamme non guardano in faccia nessuno e possono divorare anche chi le ha appiccate. Tutto questo per sottolineare la pericolosità di un braccio di ferro dagli esiti indefiniti. La frizione sino-americana è da poco approdata anche in Asia Orientale. Da queste parti, i paesi non possono più tenere un piede in due scarpe e devono scegliere da che parte stare; molti governi locali erano soliti mantenere buoni rapporti di vicinato con la Cina ma non disdegnavano neppure di mantenere in vita legami con gli Usa. È in questa sede che si sovrappongono le istanze regionali a quelle globali. Prendiamo ad esempio le Filippine: Manila contende confini marittimi e un pugno di isole alla Cina e, in base alle future reazioni di Pechino, potrebbe scegliere di appoggiare gli Stati Uniti in chiave anticinese. Proprio come le Filippine, molti altri paesi della regione hanno motivo di ragionare in questo modo.

Riempire i vuoti

Da una parte abbiamo la Cina, un colosso continentale; dall’altra gli Stati Uniti, sempre un colosso, certo, ma transcontinentale. Washington è tuttavia in declino e, mano a mano che gli americani si ritirano chiudendosi nel proprio guscio, Pechino è pronta a coprire i vuoti di volta in volta creati. Ma oltre a Cina e Stati Uniti ci sono altri soggetti che non necessariamente hanno l’aspirazione di fare i favori di una o l’altra superpotenza. Facciamo un altro esempio: le tensioni in corso tra Corea del Sud e Giappone, due storici partner degli Stati Uniti, offrono alla Cina la possibilità di ergersi nelle vesti del protettore degli interessi asiatici. La diplomazia cinese è già a lavoro, e c’è chi ritiene che possa sciogliere un nodo al quale Trump non intende minimamente avvicinarsi.

Il bastone e la carota

Un’area ancora più localizzata dell’Asia è quella che viene comunemente definita sud-est asiatico. Come fa notare Asia Times, questa zona è fondamentale per l’economia globale perché chi la controlla ottiene in automatico l’accesso ad alcune tra le rotte commerciali più proficue al mondo. La Cina sta usando la carota della Nuova Via della Seta: investimenti in cambio del supporto politico e di concessioni economiche. Fin qui c’è chi ha abboccato all’esca (Cambogia) e chi rimane guardingo (Vietnam). Ma accanto alla carota, Pechino sfoggia anche un bastone non da poco, usato per rivendicare isolotti e confini marittimi. Il risultato è che gli Stati Uniti, che da anni non hanno più una strategia specifica da opporre all’avanzata cinese nella regione, stanno lentamente e silenziosamente perdendo la sfida con il Dragone in tutta l’Asia.

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