Non sono passati nemmeno dieci giorni dall’assenza di Haftar in Libia e già a Bengasi, città più importante della “sua” Cirenaica, è stata fatta detonare la prima bomba nei confronti di uno dei papabili successori: Abdel Razzaq al Nadori, fedelissimo di Haftar e capo di stato maggiore del suo esercito, è sopravvissuto ad un attentato a Bengasi effettuato lo scorso 18 aprile. Un segnale inequivocabile di come le tensioni successive al vuoto lasciato da Haftar siano sempre più latenti. Intanto il generale viene dato ancora per vivo: Mohammed Bousiri, uno dei suoi ex più stretti collaboratori che adesso vive in Texas, ha affermato la settimana scorsa che l’uomo forte della Cirenaica è in vita ma incapace di poter governare dopo l’emorragia cerebrale occorsa. Dunque, pur se non deceduto ed ufficialmente ancora ricoverato a Parigi, le forze a lui fedeli hanno la necessità di scegliere un successore.

L’attentato dello scorso 18 aprile

Era da poco trascorsa l’ora di pranzo a Bengasi quando un’esplosione ha scosso il quartiere di Sidi Khalifa, nella zona est della città; la bomba soltanto per puro caso non ha fatto vittime ed è stata fatta detonare nel momento del passaggio del convoglio di Al Nadori. Un gesto che, da un lato, testimonia come nonostante la fine dell’operazione cosiddetta “Dignità”, con la quale sono stati cacciati i gruppi jihadisti da Bengasi, in città permangono alcune cellule terroristiche ancora attive; dall’altro lato, l’attentato è stato il primo che ha deliberatamente avuto sullo sfondo le prime lotte post Haftar. Uno scenario quindi che preoccupa e non poco: in particolare, il timore adesso è dato dalla concreta possibilità di lotte intestine alle forze di Haftar, con l’ausilio anche di inedite e ben nascoste alleanze con i gruppi terroristi della zona.

Intanto proprio in questa giornata di venerdì, Al Nadori ha tenuto il suo primo discorso dopo l’attentato: “Le azioni dell’esercito andranno avanti – si legge in un’intervista rilasciata alla tv  Libia al Hadath – Adesso la situazione sul fronte della sicurezza è buona, ma il comando dell’operazione Karama è però continuamente sotto attacco da parte di alcuni media che mettono in dubbio le nostre capacità”. Al Nadori ha tenuto a sottolineare come, nonostante il momento di vuoto dovuto alle condizioni di salute di Haftar e nonostante l’attentato da lui subito, la sua azione andrà avanti finché ogni cellula jihadsta da Bengasi non verrà smantellata.

Al Nadori poco gradito dai francesi

Per il dopo Haftar sono due i nomi maggiormente in lizza: oltre a quello di Al Nadori, vi è anche l’ipotesi di lanciare Abdel Salam al Hasi, attuale capo delle operazioni sul campo dell’esercito di Haftar. È quest’ultimo ad avere l’appoggio di diversi sponsor internazionali, a partire dalla Francia: da Parigi, proprio dove Haftar è ricoverato, l’Eliseo segue con attenzione gli sviluppo della situazione in Cirenaica e dopo aver sostenuto attivamente il generale adesso vuole dire l’ultima parola sulla designazione del successore. Al Hasi sarebbe, secondo diverse segnalazioni dell’intelligence transalpina, il profilo perfetto in quanto è un militare con importanti abilità anche politiche, una figura tutto sommato non dissimile da Haftar. Oltre che dalla Francia, Al Hasi sarebbe sostenuto anche dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti, altri due sponsor internazionali di un certo peso e calibro di Haftar.

Dall’altro lato invece, Al Nadori sarebbe poco gradito dai francesi: il suo profilo appare tra quelli considerati meno gestibili, una vera e propria “testa calda” che l’Eliseo preferirebbe non avere come interlocutore. Al Nadori però non è del tutto isolato: ad appoggiare la sua corsa alla successione ad Haftar, è il presidente del parlamento di Tobruck, Aguila Saleh; non è un fatto di poco conto, il leader del parlamento con sede nella cittadina cirenaica è una figura dal grande peso politico e, attualmente, sarebbero in corso tentativi volti a dissuaderlo dall’appoggiare Al Nadori. La bomba di giorno 18 assume quindi un significato importante ed entra di diritto all’interno delle prime, e pericolose, lotte per accaparrarsi l’eredità di Haftar.

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