Papa Francesco svolge, come tutti i Pontefici, un ruolo decisivo nel quadro geopolitico internazionale. Padre Antonio Spadaro, teologo e direttore de La Civiltà Cattolica, ha definito la diplomazia di Francesco “della misericordia”, tessendone un elogio spassionato in questo articolo. Per Spadaro, nell’azione del Papa, “si colgono le radici nella meditazione di san Pietro Favre, di Fëdor Dostoevskij e del teologo Erich Przywara”. Il Papa, questo specifico Papa, gode di un enorme consenso popolare in alcune zone calde del mondo. Un fattore, questo, che gli attribuisce naturalmente un peso politico in campo diplomatico. Se la pastorale di Bergoglio, infatti, trova difficoltà ad essere filtrata dagli occidentali abituati alla dottrina sociale e alla profondità della teologia ratzingeriana, nell'”altro mondo”, Bergoglio gode di un’ammirazione popolare praticamente incondizionata. Le nazioni dove il Papa, anche all’interno della Chiesa, trova minore resistenza, insomma, coincidono spesso con le zone calde del globo terreste. Quella di Bergoglio è una diplomazia ad ampio raggio tesa ad universalizzare il ruolo del papato nel mondo. E già nella scelta del segretario di Stato, ricaduta sul Cardinale Pietro Parolin, poteva intravedersi questa finalità programmatica.

Parolin, differentemente dal suo predecessore Bertone, è un diplomatico di carriera, che ha maturato esperienze nel campo delle relazioni internazionali tanto in Sud America quanto in Asia maggiore. Per comprendere a fondo le strategie che muovono il Papa in politica estera, non si può prescindere dalla figura di questo Cardinale formatosi in Nigeria, Messico, Cina e Vietnam. La multipolarità della carriera diplomatica di Parolin è politicamente contigua alla costanza mostrata dal Papa nel ridisegnare le mappe geopolitiche contemporanee. La visione del mondo di Bergoglio è, infatti, strenuamente aperturista verso i paesi in via di sviluppo. Il tutto condito da un certa diffidenza verso gli Stati Uniti. Come spiegato qui, del resto, “Bergoglio è un latinoamericano, il che comporta una certa quantità di anti americanismo. Negli Stati Uniti questo si sa bene, solo che non si può accusare esplicitamente il Pontefice di essere anti yankee. E’ una questione latente”. Quello che è certo, all’interno di questa interpretazione multipolare degli equilibri globali, è che la Chiesa, per il tramite di questo Pontificato, sta tornando una protagonista assoluta della scena politica internazionale.

Papa Francesco è stato fondamentale per la conclusione dei negoziati tra Cuba e Stati Uniti. Un processo partito da lontano, ma che Bergoglio ha contribuito a sviluppare e ratificare. Gli stessi Obama e Castro hanno riconosciuto al Papa i meriti del disgelo. Poi, ovviamente, la questione orientale e il dialogo con le chiese ortodosse: un’operazione coadiuvata dalla preparazione in materia di Parolin, che ha incontrato personalmente Putin dopo che Francesco aveva richiamato il presidente russo ad uno sforzo comune per la pace, e sigillata con l’abbraccio e la dichiarazione congiunta con il Patriarca Kirill, proprio all’Avana, in una saletta di un aeroporto caraibico. E ancora, l’impegno per riconoscimento internazionale dello stato palestinese, il dialogo con la Cina comunista, la ferma condanna espressa nei confronti del regime di Maduro, fino all’intervento riguardo alla potenziale e catastrofica crisi globale con protagonista la Corea del Nord di Kim Jong-Un. Un capitolo a parte, infine, meriterebbe la Siria, argomento sul quale il Papa ha espresso posizioni differenti a seconda della contingenza. Bergoglio non si è schierato nè con Assad, al quale ha invitato una lettera, nè dalla parte di coloro che vorrebbero destituire il presidente siriano, ma ha richiamato quest’ultimo al rispetto del diritto e alla condanna di tutti gli estremismi, definendopoi la Siria un “laboratorio di crudeltà ed interessi”. Il destinatario di un’altra missiva di Francesco, quel Vladimir Putin tanto contestato dalla cancellerie occidentali, aveva fatto pensare alla nascita di uno strano duo geopolitico schierato contro il monolite americano. Ma durante il G20, è tuonata forte la contrarietà del Papa alle “alleanze contro i migranti”. In quella circostanza, il Papa si è riferito agli stessi schieramenti internazionali che avevano invece interessato dialetticamente le prime fasi del suo pontificato. 

Un Papa interventista, in definitiva, che ha fatto dell’aereo il suo ufficio dicasteriale. E che nella sua opera di universalizzazione del ruolo del papato, tende alla costruzione di un mondo multipolare votato alla pace e sgombro da superpotenze dominanti. 

 

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