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Bernie Sanders ha rappresentato, nel corso della corsa alla nomination democratica per la Casa Bianca nel 2016, il più serio sfidante della posizione, in partenza ritenuta inviolabile, di Hillary Clinton. Partito come outsider, Sanders ha conquistato 23 Stati e oltre 13 milioni di voti promuovendo una piattaforma politica altamente antitetica a quella della liberal interventista Clinton, che alle elezioni di novembre ha pagato, nello scontro con Donald J. Trump, la sua incapacità di mediare con le istanze dell’anziano Senatore del Vermont, rivelatosi come un vero e proprio rinnovatore della struttura del Partito Democratico.

La disfatta elettorale del 2016 ha portato la formazione democratica a interrogarsi circa gli errori nella strategia politica e nella comunicazione che hanno spianato la strada a Trump: molti dei “super delegati” democratici che offrirono alla Clinton un supporto schiacciante (con 570 endorsement contro i 44 attribuiti al suo sfidante) hanno preso consapevolezza del fatto che sarebbe stato Bernie Sanders il candidato ideale da contrapporre a Donald J. Trump per conservare la Casa Bianca, fatto del resto suffragato da sondaggi come quelli di Real Clear Politics.

Non è un caso che le vittorie decisive di Trump negli Stati de-industrializzati della Rust Belt siano sovrapponibili ad analoghi successi nelle primarie di Sanders, che nella sua agenda politica per le primarie metteva al centro il tema del lavoro e della protezione sociale nei confronti dei forgotten men, i dimenticati, gli “sconfitti della globalizzazione” che hanno costituito lo zoccolo duro del blocco elettorale pro-Trump. In casa democratica è già tempo di manovre in vista del voto del 2020, come testimoniato dalla fuga in avanti di Joe Biden. Per questo motivo, Sanders sta “studiando da Presidente”, facendo intendere che l’ipotesi di una sua ricandidatura è tutt’altro che improbabile.

La lunga marcia di Bernie Sanders verso le elezioni del 2020

Bernie Sanders ha deciso di capitalizzare e non disperdere il credito conquistato nella corsa alla nomination democratica nel 2016 e, dal novembre scorso, ha preparato adeguatamente il terreno per rilanciare in futuro la sua piattaforma, con l’obiettivo di approntarla adeguatamente alla sfida elettorale del 2020, nella quale Sanders, che allora avrà 79 anni, potrebbe presentarsi in prima persona.

Fondamentale è stata la fondazione, a fine 2016, dell’organizzazione di base Our Revolution, che ricorda il nome dell’ultimo libro del Senatore, coronato da un successo editoriale notevole, fondamentale per implementare sul lungo termine una piattaforma politica basata su politiche socialdemocratiche di ampio respiro basate su un’espansione della presenza del settore pubblico nell’economia, sulla lotta alla disuguaglianze, sugli investimenti infrastrutturali e sul rilancio del welfare a sostegno dei cittadini più svantaggiati.

Posizioni da outsider diventate, oramai, mainstream nel discorso politico democratico, con una parabola che ricorda l’entusiasmante ascesa di Jeremy Corbyn nel Partito Laburista britannico. Il vicepresidente del Partito Democratico Keith Ellison ha dichiarato la volontà della formazione di conservare in seno alla sua formazione i voti dei milioni di sostenitori di Bernie Sanders, testimoniando il crescente interesse dell’establishment nei confronti di un uomo rimasto a lungo fiero della propria posizione di indipendente, prima da deputato e poi da Senatore.

Per rafforzare la sua piattaforma in vista del 2020, infatti, Bernie Sanders sta lavorando alacremente per conquistare il necessario supporto da parte degli alti papaveri del Partito Democratico, concretizzatosi sinora, come riporta l’Agi, negli aperti endorsements di Randi Weingarten, presidente dell’American Federation of Teachers, Bill Perry, esperto di affari internazionali ed ex Ministro della Difesa durante la presidenza di Bill Clinton, e Chuck Schumer, capo della minoranza democratica al Senato.

L’agenda di politica estera di Bernie Sanders

Sanders, inoltre, sta focalizzandosi nel migliorare la sua conoscenza delle questioni internazionali, rivelatasi uno dei punti deboli della sua corsa contro la Clinton nel 2016. Se infatti Sanders si è a lungo focalizzato sull’opposizione vittoriosa ai tentativi repubblicani di affossare la Obamacare e in un lungo contrasto contro la riforma fiscale di Donald J. Trump, un miglioramento della sua visione geopolitica risulta necessaria per fare di lui un potenziale Presidente a tutti gli effetti.

Come segnalato da Politico, oltre a Perry nell’entourage di Sanders sono entrati di recente Robert Malley, ex consigliere di Obama sul Medio Oriente, e Sarah Chayes, vicina all’ex capo del Joint Chief Staff, l’ammiraglio Mike Mullen. Il Senatore del Vermont sta espandendo i suoi interventi in tema di politica estera: a giugno ha tenuto un discorso sull’autoritarismo di fronte al Carnegie Endowment for International Peace, mentre a settembre è intervenuto al Westmeinster College del Missouri per parlare dell’importanza della cooperazione internazionale.

In giugno, Sanders ha concesso un’apertura all’establishment democratico, votando a favore di una risoluzione del Senato favorevole al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, ma ha in seguito criticato il tempismo della recente, contestata mossa di Trump sullo spostamento dell’ambasciata. I prossimi anni sottoporranno la consolidata capacità politica di Sanders a diverse sfide del genere, durante le quali egli dovrà essere in grado di ponderare abilmente un attraente idealismo che gli ha consentito di ottenere il supporto di intellettuali come Noam Chomsky con il necessario pragmatismo che un politico che aspira alla carica di Presidente degli Stati Uniti deve saper dimostrare.

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