Emmanuel Macron l’ha annunciato e poi l’ha fatto in tempi record: si è recato a Mosca, a inizio settimana, per discutere con Vladimir Putin della crisi ucraina e di un modo per risolverla. Il capo dell’Eliseo sapeva che avrebbe ottenuto poco, come puntualmente accaduto, ma un tentativo era doveroso per questioni di immagine – un trofeo da mostrare in patria date le elezioni in corso – e per inviare un promemoria a Russia (e Stati Uniti): la Francia è la regina dell’Europa e, in quanto tale, può e vuole facilitare il dialogo tra le parti.

I due capi di stato avevano dibattuto tanto, per un totale di cinque ore, ma l’assenza di sintonia era risultata palese sin dai primi istanti.  Macron, del resto, non è una persona affidabile agli occhi di Putin: è colui che ha promesso a più riprese, negli anni recenti, una svolta in senso gollistico che mai ha avuto luogo. Ma darsi appuntamento, discutere e cercare di raggiungere un compromesso, considerando la gravità della situazione, era più che necessario.

L’elemento più caratteristico del teso faccia a faccia tra Putin e Macron, che ha palesato anche ai più ingenui la totale mancanza di sintonia tra i due, è stato sicuramente il luogo selezionato per parlare: una sala asettica con al centro un lungo tavolo bianco, con i due capi di stato seduti agli estremi. La domanda alla quale stanno tentando di rispondere giornalisti ed analisti è: quel distanziamento fisico aveva ragioni sanitarie o politiche?

La versione dell’Eliseo

Agli osservatori più acuti non erano sfuggite le dimensioni bizzarre e inusuali del tavolo scelto (appositamente) dal Cremlino per la bilaterale: quattro metri di lunghezza. Una lunghezza eccessiva, aggravata dal fatto che i due capi di stato si erano seduti agli estremi del tavolo. Una lunghezza che, secondo alcuni, era stata scelta di proposito dalla diplomazia russa: doveva evidenziare la distanza politica tra i due blocchi in questo momento storico. Perché la politica è più una questione di simboli e di non detti che di parole.

Dopo giorni di polemiche e battute sulla lunghezza del tavolo, che Oltralpe era stata ritenuta un affronto nei confronti di Macron, l’Eliseo è intervenuto sulla faccenda per chiarificare ogni dubbio, spazzare via ogni lettura dietrologica: una questione di sicurezza sanitaria, non di politica.

Macron, secondo quanto dichiarato da fonti francesi a Reuters, non avrebbe voluto sottoporsi ad un esame molecolare da parte delle autorità sanitarie russe all’arrivo a Mosca. Il motivo? Aveva effettuato un molecolare prima della partenza ed un antigenico all’atterraggio – quest’ultimo condotto dal proprio medico personale. Avvisato delle conseguenze in caso di rifiuto – una rigida osservanza delle norme di distanziamento fisico a tutela del capo del Cremlino –, Macron avrebbe deciso ugualmente di non sottoporsi all’esame.

Le fonti francesi che hanno parlato a Reuters, mantenendo l’anonimato, hanno difeso la scelta del presidente francese: i russi avrebbero potuto utilizzare i campioni raccolti per “mettere le mani sul suo dna”.

Salute o politica?

Tre giorni dopo la bilaterale con Macron, il 10, Putin ha avuto un incontro con l’omologo kazako, Kassym-Jomart Tokayev, la cui fisicità – strette di mano, distanza ravvicinata – e la cui espressività eloquente – sorrisi, scambi di battute, sguardi di intesa – non hanno lasciato dubbi agli scettici: il capo dell’Eliseo è stato bistrattato per questioni politiche, non di salute.

La verità, come spesso capita, potrebbe trovarsi nel mezzo: Putin sapeva che cosa sarebbe accaduto proponendo quell’esame, Macron sapeva a cosa sarebbe andato incontro rifiutandolo. Entrambi, dunque, hanno determinato l’esito di una bilaterale nata sotto i peggiori auspici.

Putin, facendo Macron destinatario di quel trattamento, ha voluto parlare all’intero Occidente: questa è la distanza che divide le nostre posizioni in questo momento storico, tanto in Ucraina quanto nel resto del mondo. Una distanza lunga e che non potrà essere colmata con un incontro, una stretta di mano e una dichiarazione congiunta.

Macron non ha ottenuto poco, anzi…

Macron, il realista prigioniero della realtà, sapeva che avrebbe ottenuto poco da un faccia a faccia con Putin, perché il Formato di Normandia sta all’Ucraina come il Gruppo di Minsk sta al Karabakh, perché il multilateralismo non è mai la soluzione quando in gioco ci sono gli interessi delle grandi potenze e perché questa crisi, è noto, è un affare tra Stati Uniti e Russia. Concentrarsi sull’Ucraina significa, dunque, guardare il dito anziché la Luna: il Cremlino non chiede (soltanto) il disimpegno occidentale dalle terre ucraine, va cercando (soprattutto) un ritorno all’età delle sfere di influenze, una nuova Jalta.

Macron, nonostante abbia ottenuto poco, non ha fatto un buco nell’acqua. Ha rammentato ai due giganti, Russia e Stati Uniti, che in Europa c’è chi è disposto a fare da faccendiere, da risolutore di problemi, e che quel qualcuno è la Francia. Ha parlato con il popolo francese, e lo ha fatto in tempi di elezioni, diffondendo tra gli scaglioni più patriottici quella vivificante sensazione di grandeur – e la colpa del fallimento, in ogni caso, si può scaricare facilmente sui russi. E ultimo, ma non meno importante, ha protagonizzato la scena europea, di nuovo, profittando del concerto con la Germania e dell’immobilismo di tutti gli altri – e tanto basta questo, agli occhi di Macron, a rendere l’incontro del 10 una vittoria.

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