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L’omicidio di Jamal Khashoggi, il lento ritorno del Qatar sulla scena internazionale, il fallimento della guerra in Siria e nello Yemen. E infine, il progressivo sganciamento degli Stati Uniti. Non è un momento facile per Mohammed bin Salman, il principe saudita che doveva essere, a detta di molti, l’uomo che avrebbe rivoluzionato l’Arabia Saudita e il Medio Oriente. E che invece si ritrova a dover fare i conti con un periodo talmente oscuro che potrebbe anche condurre al suo declino o direttamente alla sua scomparsa.

Ma quello che sta avvenendo in Medio Oriente non è solo una presa d’atto del fallimento di Mbs sul palcoscenico mondiale. C’è dell’altro. E bisogna tornare proprio sul luogo dell’omicidio di Khashoggi per capire cosa sta avvenendo. L’orribile uccisione del giornalista è  avvenuta nel consolato saudita di Istanbul, in Turchia.

Ed è proprio la Turchia uno degli elementi chiave per comprendere cosa sta avvenendo e che cosa potrebbe avvenire in Medio Oriente. Non si parla più di un semplice smottamento politico, ma di un vero e proprio riallineamento della politica internazionale. E in questo riallineamento, un ruolo fondamentale lo sta svolgendo proprio Recep Tayyip Erdogan.

Il leader di Ankara ha sfruttato l’assassinio del giornalista saudita per assestare un nuovo colpo nella lunga sfida con Riad. Non è un mistero che la Turchia covi il suo sogno neo-ottomano anche in una logica anti-saudita. E l’asse fra il governo turco e la Fratellanza musulmana, odiata dai sauditi e sostenuta (non a caso) dal Qatar, è uno dei simboli di questo rapporto complesso fra due dei tanti poli del mondo musulmano.

Erdogan ha un interesse concreto e che ha manifestato più volte: vuole essere il leader politico del mondo musulmano. Un sogno che riaffiora dalle ceneri dell’impero ottomano, quando la Sublime Porta rappresentava effettivamente il cuore politico dell’islam. E che Erdogan, abbandonato il secolarismo di Ataturk, vuole far tornare in auge attraverso un complesso sistema di alleanze e giochi diplomatici. E in cui, evidentemente, non c’è posto per la monarchia wahabita e per bin Salman.

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Sullo sfondo della guerra in Siria, Erdogan ha rimesso in moto una strategia che sembrava dover essere sepolta per sempre. Ha riallacciato, non senza gravi ripercussioni, i rapporti con la Russia. Ha assestato un duro colpo ai curdi e a quello che un tempo era il suo alleato: Bashar al-Assad. In chiave anti-.curda e per riaffermare diritti petroliferi e l’autonomia dagli Stati Uniti, ha stretto con l’Iran un asse particolarmente solido. E con Israele, ha iniziato a tessere una trama molto particolare, fatta di attacchi diretti, soprattutto mediatici, e continui rapporti economici e di intelligence. Rapporti che però rischiano di saltare se non si arriverà a un accordo sul gas del Mediterraneo orientale.

In questo riassestamento della politica mediorientale, Erdogan ha fatto l’equilibrista. Gioco pericoloso, specialmente quando si tratta di superpotenze. Ma forse l’unico gioco in grado di farlo sopravvivere. Ed è così che ha iniziato prima a ritagliarsi uno spazio di autonomia sempre più accentuato rispetto alla Nato, di cui continua far par parte, poi a costruire l’impalcatura per riequilibrare il Medio Oriente a suo vantaggio. E in questo, l’assassinio di Khashoggi è stato un vero e proprio assist alla sua strategia.

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L’orribile omicidio del giornalista dissidente ha di fatto reso impossibile all’Occidente difendere bin Salman. Son arrivate anche le dichiarazioni della Cia a sostegno della tesi che sia stato direttamente il principe a ordinare il brutale omicidio. È chiaro quindi che da parte di Washington (e non solo) sia arrivato l’input di inviare l’ultimo monito alla corte saudita. Oppure, direttamente il colpo di grazia.

Da quando Khashoggi e scomparso, Erdogan ha iniziato ad accusare direttamente Mohammed bin Salman. Dalle prime dichiarazioni, il presidente turco ha fatto intendere di avere informazioni che avrebbero condannato direttamente il plenipotenziario saudita. E nel frattempo ,proprio mentre Mbs veniva circondato dal sospetto, arrivavano le parole di deferenza nei confronti del padre, il re Salman, e una curiosa apertura verso gli Stati Uniti con la liberazione del pastore Andrew Brunson.

Parlare di coincidenze, in questi casi, è del tutto ipocrita. Naturalmente quella liberazione è arrivata in un momento preciso: proprio quando le tensioni fra Stati Uniti e Arabia Saudita erano arrivate al punto massimo, vicine alla frattura. E guarda caso, proprio in quelle ore, la lira turca ha ripreso vigore dopo il crollo che aveva caratterizzato le settimane predenti.

Tutti tasselli di un mosaico complesso ma che ha una sua trama non così impossibile da osservare. Erdogan non aspettava altro che un passo falso di bin Salman per assestare il colpo definitivo alla sua leadership e mandare un segnale di distensione a Washington. Il principe, dopo l’affaire Khashoggi, ha posto fine alla sua carriera da leader: forse non solo in Medio Oriente ma anche nella stessa Arabia Saudita.

Caduto lui, gli Stati Uniti e l’Europa dovranno trovarsi un altro perno in Medio Oriente. L’Iran è sotto attacco, Iraq e Siria sono stati distrutti, la Giordania è troppo debole, e gli Emirati Arabi Uniti troppo piccoli, al pari del Qatar. Restano in due: Turchia ed Egitto. E per adesso è chiaro che fra Nordafrica e Mediterraneo Orientale, la sfida è fra Erdogan e Abdel Fattah Al Sisi.

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