Nulla sarebbe stato possibile senza la Bolivia. Le autorità di La Paz sono state fondamentali nella cattura di  Cesare Battisti. Ed è stato grazie all’opera congiunta di Italia, Brasile e Bolivia se adesso il terrorista dei Pac ha preso la direzione del carcere di Rebibbia dopo 36 anni di latitanza e fuga dalla giustizia italiana.

Battisti sperava di ricevere aiuto dalla Bolivia di Evo Morales. Il presidente boliviano, uno degli ultimi rappresentanti della sinistra sudamericana, sembrava essere l’ultimo leader in grado di raccogliere l’eredità di Lula e di Dilma Roussef. E così, il terrorista italiano credeva (come già aveva fatto in passato) che la via di La Paz fosse l’unica percorribile in un’America latina sempre meno protettiva nei confronti dei criminali di matrice ideologica.

Ma Battisti ha fatto male i suoi calcoli: la Bolivia di Morales, per quanto dichiaratamente figlia di quel socialismo iniziato con Hugo Chavez, si è rivelata essere una nazione ostile ai suoi progetti. E le autorità di La Paz hanno da subito dato carta bianca alle autorità italiane per recuperare il pluriomicida, non solo non rispondendo alla richiesta di asilo politico inviata da Battisti al ministero degli Esteri, ma anche braccando l’italiano in fuga e dando modo all’intelligence italiana e all’Interpol di mettersi sulle tracce del terrorista prima che potesse di nuovo fuggire.

Una decisione, quella di La Paz, che in Bolivia non è piaciuta a molti ma che è figlia di accordi presi con Italia e Brasile e soprattutto della strategia del governo italiano per la cattura di Battisti. La Bolivia rappresentava infatti una garanzia non rispetto al Brasile di Jair Bolsonaro, con cui Matteo Salvini ha intrecciato ottimi rapporti, quanto con la giustizia brasiliana.

Secondo i servizi, esisteva il pericolo che in Brasile gli avvocati del terrorista dei Pac potessero chiedere maggiori garanzie giudiziarie così come ricorrere all’habeas corpus. Inoltre, l’accordo siglato fra Roma e Brasilia dai governi precedenti sul fatto di non far scontare l’ergastolo a Battisti, avrebbe rappresentato un colpo mediatico nei confronti dell’esecutivo di Giuseppe Conte, che vuole a ogni costo che l’assassino scontri tutta la pena per cui è condannato in Italia. L’accordo era con il Brasile, non con la Bolivia. E questo ha spinto l’Italia a premere su La Paz per avere immediatamente Battisti.

Nel frattempo, a La Paz era arrivata la richiesta di asilo politico a dicembre. Ma nessuno ha fatto richiesta di convocare Battisti per capire se vi fossero le condizioni per rispettare le richieste del terrorista rosso. Anzi, è proprio questo ad aver generato l’accelerazione sia delle autorità boliviane che dell’Italia, che ha subito fatto partire un aereo dei servizi verso la Bolivia.

Lo spiega bene Lettera43. “L’Ombudsman(Difensore del popolo) boliviano, Jorge Paz, in un primo momento ha sostenuto che il governo di La Paz non ha dato una risposta definitiva alla richiesta di asilo presentata dal Cesare Battisti il 18 dicembre 2018 e che quindi è stata esaminata la ‘possibilità di interporre un ricorso costituzionale per far sì che il richiedente riceva una risposta alla sua richiesta’. In un comunicato diffuso attraverso i social network in cui pubblica il testo integrale della richiesta di Battisti alla Commissione nazionale del rifugiato (Conare) in Bolivia, l’Ombudsman ha spiegato che il ministero degli Esteri boliviano ha ricevuto la sua domanda il 21 dicembre e che da allora non ha convocato l’interessato per una intervista, né gli ha comunicato il diniego della richiesta”. Un’ipotesi che però contrasta con le parole di Carlos Romero. Il ministro dell’Interno boliviano ha infatti confermato al quotidiano El Deber che la richiesta è stata respinta il 26 dicembre.

A quel punto, l’ambasciata italiana in Bolivia, insieme all’Antiterrorismo, si è iniziata a muovere. E questa volta, la rete italiana ha saputo sfruttare anche i difficili incastri della politica sudamericana. Dal governo di Morales, l’accelerazione del decreto di espulsione è stata giustificata in maniera molto sbrigativa. In conferenza stampa,  il ministro Romero, ha confermato che Cesare Battisti era entrato illegalmente in territorio boliviano. La questione era quindi semplicemente burocratica: c’era un ingresso illegale e un’espulsione dovuta a un mandato di cattura dell’Interpol.

Ma è chiaro che le motivazioni siano state anche politiche. Con questa mossa, Morales ha innanzitutto evitato che i servizi segreti brasiliani partecipassero alla cattura di Battisti, visto che in molti pensavano che gli 007 di Bolsonaro arrivassero direttamente in Bolivia a recuperare con un aereo il terrorista. Per le autorità del Paese “socialista” sarebbe stato uno smacco oltre che un pericoloso precedente. Dall’altra parte, Morales sa che è un leader sempre più solo, con lo spostamento dell’America Latina verso destra e verso Washington. E quindi è necessario non partire col piede sbagliato con un presidente con Bolsonaro, che guida un Paese che per la Bolivia è fondamentale.

Il governo di La Paz e il suo presidente vogliono dimostrare di avere le capacità di trattare con il Brasile, perché gli interessi strategici del Paese sudamericano passano necessariamente per ottimi rapporti con l’enorme vicino. Bolsonaro è ideologicamente contrario a quello che è stato il Brasile prima di lui e a quello che rappresenta Morales: ma Battisti rappresentava solo uno scomodo ostacolo vero rapporti sudamericani già particolarmente complessi.

Rapporti cui si aggiunge anche un altro problema: il ritorno dell’ex presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, detto Goni, rifugiato negli Stati Uniti. Morales lo vuole a ogni costo: lo ha promesso al suo popolo dopo il massacro per il quale è fuggito. E per riottenere in patria l’ex presidente, il governo della Bolivia doveva mostrarsi non solo pienamente disposto a consegnare Battisti, ma anche a voler mantenere rapporti positivi con quell’internazionale sovranista che controlla Italia, Brasile e Stati Uniti.

L’Italia ha saputo inserirsi bene in questa triangolazione: e adesso Battisti è tornato nella patrie galere.

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