Le proteste in Brasile dell’8 gennaio hanno avuto un risvolto positivo non secondario: hanno infatti mostrato la tenuta e la resilienza delle istituzioni della più grande democrazia latinoamericana di fronte alle prove di un assalto di facinorosi che intendevano contestare l’esito del voto di ottobre. E, cosa ancora più importante, confermano nel maggior Paese della regione un trend che va sdoganandosi da diverso tempo.

Storicamente, infatti, l’America Latina è la terra dei colpi di Stato, della democrazia perennemente in bilico, del rovesciamento dei governi legittimamente eletti, la terra che nei fatti ha sdoganato la parola “golpe“. Ogni Paese del Sud America ha sperimentato almeno una stagione golpista dall’inizio del Novecento a oggi. E oggi, indubbiamente, come dichiarato da Papa Francesco, desta preoccupazione il fatto che settori delle società di diversi Paesi dell’area abbiano una minore preoccupazione per la tenuta dei diritti democratici nei rispettivi Stati. Ma la tenuta delle istituzioni rappresenta un fattore di discontinuità con la storia che è importante sottolineare.

Il Brasile segue a ruota Bolivia, Perù e, soprattutto, Venezuela in questo processo. In Bolivia Evo Morales è stato prima artefice di una forzatura costituzionale e poi vittima di un golpe contro la sua permanenza al potere nel 2019, ma in seguito l’anno successivo il socialista Luis Arce ha vinto libere elezioni.

Di recente ha fatto scalpore in Perù il caso dell’ex presidente Pedro Castillo che ha provato a forzare la Costituzione sciogliendo senza averne le prerogative il Parlamento. La neo-presidente Dina Boluarte, subentrata a Castillo in quanto sua vice, è il sesto capo di Stato che Lima ha dal 2018 a oggi. Tante volte in Perù i presidenti sono vittima di procedure di impeachment molto strumentalizzate. Ma quando Castillo ha provato a tirare dritto nel forzare la mano al Parlamento, l’esercito si è rifiutato di seguirlo e ha approvato la transizione costituzionale dei poteri. Molto resta da fare, ma sicuramente la continuità dello Stato è risultata preservata, evitando la caduta di Lima in una spirale di violenza politica.

Soprattutto, è di pochi giorni fa la notizia della destituzione di Juan Guaidò ad opera dell’Assemblea Nazionale venezuelana che fa riferimento all’opposizione a Nicolas Maduro. L’opposizione di Caracas ha scelto che la linea con cui sfidare Maduro sarà quella di libere elezioni politiche, nella consapevolezza che il muro contro muro tra poteri non è la via maestra per il futuro dello Stato latinoamericano. Una mossa che ributta la palla nella metacampo di Maduro, ora chiamato a passare dalla retorica alla realtà e accettare la sfida, pena la squalifica definitiva della sua immagine in campo internazionale.

Restano, chiaramente, dei buchi neri regionali. Pensiamo ad esempio al Nicaragua, dove il governo di Daniel Ortega è incardinato sulla repressione del dissenso, e come ricordato dal Papa desta preoccupazione anche l’arbitrio imperante a Haiti. Ma in larga parte della regione c’è un’America Latina che va tenendo stabilmente la trincea della democrazia, al netto di sbandate, tensioni e fragilità. C’è un America Latina le cui istituzioni tengono duro e in cui i processi di rinnovamento politico trovano sistemi resilienti e aperti all’alternanza. Soprattutto, c’è un’America Latina in cui l’idea stessa di golpe è un retaggio di un buio passato da archiviare e i cui leader non sarebbero mai disposti ad avere a che fare con capi di Stato non passati dall’incoronazione delle urne. Memori delle lezioni del passato e del fatto che importanti presidenti dei Paesi dell’area come Juan Domingo Peron, Salvator Allende e Joao Goulart siano stati, nella loro carriera, destituiti da processi golpisti di carattere militare, i sistemi politici della regione vogliono evitare che ciò si riproponga. Forse, per una volta, è vero il motto Historia magistra vitae.

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