La partita in Brasile, salvo colpi di scena dell’ultimo momento, è ormai chiusa. Con il suo 47% di consensi, Jair Messias Bolsonaro sarà il prossimo presidente del Brasile. Di lui si è detto un po’ di tutto e, come ovvio, certa stampa l’ha dipinto come un impresentabile. Certo, i punti oscuri nella sua biografia non mancano. Ma se ha fatto il pieno dei voti un motivo ci sarà. E, soprattutto: ci sarà un motivo se ha asfaltato così facilmente il delfino di Lula, Fernando Haddad.

Per comprendere la posta in gioco, e i sentimenti dei brasiliani, bastava dare un’occhiata ai social, che ormai rappresentano il vero termometro politico di ogni competizione elettorale. “Non vogliamo fare la fine del Venezuela” era lo slogan più ricorrente. Il riferimento è ovviamente alla grave crisi economica che sta vivendo il Paese governato da Nicolas Maduro. E ancora: “Vogliamo un Paese sicuro”.

Noto come il “Trump di San Paolo”, Bolsonaro usa in mondo compulsivo i social, incentrando la sua propaganda proprio sui temi più sentiti dagli elettori: economia e sicurezza. Accoltellato in mezzo alla folla a inizio settembre, il leader populista ha saputo sfruttare questa tragedia per fare il pieno di voti.

I toni forti, il voler rompere con il passato e una nuova attenzione alle fasce più deboli della società fanno rientrare Bolsonaro nella categoria dei populisti. Quelli, per capirci, che dagli Stati Uniti, passando per Roma, Budapest e Varsavia, stanno facendo il pieno di voti. Le percentuali parlano chiaro: con il suo 46% dei voti, il leader dell’ultradestra stacca – e di parecchio – il delfino di Lula (fermo al 29.3%).

Il Brasile in crisi e l’ascesa di Bolsonaro

Tutto inizia nel 2014. Da una parte, la recessione che colpisce il Paese; dall’altra, l’indagine anti corruzione “Lava Jato” travolge la politica. Ce n’è per tutti. Le forze dell’ordine scoprono un giro di tangenti per oltre 10 milioni di real brasiliani, pari a circa 2.4 miliardi di euro. È la tangentopoli di San Paolo. 

Nello stesso anno, Dilma Rousseff viene eletta per la seconda volta, ma si trova costretta a governare con una maggioranza parlamentare fragile. Si apre così un periodo di incertezza. La Rousseff viene accusata di aver truccato il bilancio per poter governare. Si passa dall’impeachement. Il suo posto viene preso dal suo vice, Michel Temer, ma è un flop totale, come ricorda l’AdnKronos: “Dopo essersi schierato con i suoi avversari, non è riuscito a rilanciare l’economia con le sue scelte liberiste. E la sua popolarità è rimasta così bassa da scoraggiare una sua candidatura alle presidenziali”.

In questo clima di grande incertezza, per Bolsonaro è stato facile emergere. Molti hanno considerato la sua vittoria una sorpresa. Ma la realtà è un’altra. Alla vigilia del voto, Massimo D’Alema notava, non senza sbavature: “Il ceto economico dominante, che era solidale con le dittature, che ha dovuto subire la democrazia, oggi pensa di poter tornare a comandare. Gli yankee considerano l’America Latina il cortile di casa. Quello che avviene in America Latina non è mai totalmente indipendente da quello che accade a Washington. Una rivincita dei ceti dominanti, prim’ancora che della destra politica che di quei ceti e dei loro interessi è strumento”. Iperboli a parte, è ovvio che il voto in Brasile sarà stato apprezzato (e favorito) dalla Casa Bianca.

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