Il nuovo presidente del Brasile Jair Bolsonaro sarà con ogni probabilità artefice di un riposizionamento del Paese in ottica geo-strategica. In campagna elettorale, l’ultraconservatore ha espresso la volontà di avvicinarsi a Washington, annunciando che gli Stati Uniti saranno la meta del suo secondo viaggio all’estero dopo aver fatto prima tappa in Israele. A questo si aggiunge l’intenzione dell’ex capitano dell’esercito sostenuto dalle chiese evangeliche di trasferire l’ambasciata del suo Paese da Tel Aviv a Gerusalemme, imitando ciò che ha già portato a termine il presidente Usa Donald Trump lo scorso maggio.

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Dopo aver fortemente criticato la Cina, primo partner commerciale del Paese sudamericano seguito da Stati Uniti e Argentina, Bolsonaro ha dichiarato che avrebbe esaminato la partecipazione del Brasile ai Brics, la piattaforma politica ed economica per i grandi mercati emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, esattamente il contrario di ciò che prometteva il suo avversario Haddad, che invece mirava a espandere e rafforzare i rapporti con i Paesi appena citati.

Bolsonaro e la Cina

Privatizzazioni sì, ma a patto di non vendere alla Cina, principale avversario strategico degli Stati Uniti. “La Cina non riuscirà a comprare il Brasile”, ha tuonato Bolsonaro in un’intervista del 9 ottobre scorso a Band TV, in riferimento alla privatizzazione di Eletrobras e sottolineando l’intenzione di preservare il cuore della compagnia per contrastare l’avanzata di Pechino. Dichiarazioni che contraddicono il programma redatto dal suo maggior consulente economico, Paulo Guedes che, come riporta Bloomberg, ha chiesto la privatizzazione di quasi 150 società controllate dallo stato tra cui anche Petrobras – una proposta radicale in un Paese in cui la produzione di petrolio è simbolo di potenza industriale, indipendenza e soprattutto sovranità.

Come sottolinea Guilherme Casarões su Ispi Online, tuttavia, ora Bolsonaro dovrà fare i conti con la realtà se non vuole inimicarsi Pechino, che anche quest’anno ha investito in Brasile 1,5 miliardi di dollari, inclusi investimenti in centrali idroelettriche e altre infrastrutture. L’anno scorso, infatti, l’ex militare si è recato in Giappone, Corea del Sud e Taiwan, stimolando la risposta stizzita da parte delle autorità cinesi che hanno parlato di “affronto alla sovranità e all’integrità territoriale della Cina”. “Dato che il candidato è fortemente sostenuto dal settore agroindustriale” sottolinea Casarões, Bolsonaro “dovrà riconsiderare la posizione di confronto sulla Cina o correre il rischio di perdere il principale partner commerciale del Brasile”.

“Perché il Brasile deve rimanere nei Brics”

L’approccio estremamente ideologico di Bolsonaro alla politica estera preoccupa i partner del Brasile nei Brics. Secondo Evandro Menezes de Carvalho, professore di diritto internazionale all’Università federale Fluminense ed esperto della Getulio Vargas Foundation, il Brasile dovrebbe essere guidato nelle relazioni internazionali dalla tutela dei suoi interessi nazionali, compresa la cooperazione nel quadro dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), piuttosto che dall’ideologia.

“La retorica di Bolsonaro è legata all’ideologia e questo ostacola la sua comprensione della situazione internazionale: è giunto il momento che il presidente comprenda il ruolo della Cina e dei Brics oggi: è l’unico gruppo in cui il Brasile è affiancato da due membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e da tre potenze nucleari”, ha spiegato l’esperto commentando l’esito del voto in Brasile. “Le porte dei Brics sono aperte e il Brasile gioca un ruolo importante in questo gruppo: spero che il governo di Bolsonaro faccia diventare l’interesse nazionale una priorità. Ora che la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è in pieno svolgimento, il Brasile ha ancora più motivi per rimanere nei Brics in quanto può fungere da mediatore”.

Washington esulta

Se i Paesi Brics temono un’uscita del Brasile dall’organizzazione, chi esulta è senza dubbio Washington. Proprio Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump, ha dichiarato all’indomani delle elezioni di essere “un simpatizzante” di Bolsonaro puntualizzando tuttavia di non aver collaborato alla sua campagna elettorale. “E’ come quello che sta succedendo in Italia e negli Usa: la gente respinge un tipo di classe politica perpetua, che è legata al capitalismo clientelare, la corruzione e l’incompetenza” ha aggiunto Bannon. Domenica sera, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha immediatamente chiamato Bolsonaro per congratularsi: i due presidenti hanno parlato di “un forte impegno nel lavorare fianco a fianco su questioni che riguardano il Brasile, gli Stati Uniti e non solo” riporta una nota diramata dalla Casa Bianca.

Secondo Andrew Korybko, quello di ieri è un evento spartiacque nella storia dell’America Latina nonché “un passo importante nella direzione dei piani di Trump per costruire una Fortezza America che intende cementare l’influenza egemonica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale”: perché la vittoria di Bolsonaro rappresenta altresì un trionfo per Washington nel suo tradizionale “cortile di casa”. 

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