Boris Johnson è nella bufera. Il “Party-Gate” si allarga a macchia d’olio e ha tutta la natura del più classico degli scandali-bomba in grado di disarcionare un capo di governo. Lo sa bene un Paese come l’Austria, reduce del duplice tracollo, tra il 2019 e il 2021, del premier Sebastian Kurz travolto da due scandali che ne hanno chiuso anzitempo la carriera politica. Nel Paese di Sua Maestà la questione è ben diversa. Riguarda il rapporto fiduciario tra popolo e premier. Tra i sudditi di Sua Maestà e l’uomo cui la Regina ha conferito l’incarico di rappresentarla nel governo, in termini politici e istituzionali. Dunque un rapporto che si può incrinare quando il depositario di tale potere ammette di aver mentito. Di aver usufruito del suo status per bypassare le norme anti-quarantena.

La sconfitta alle suppletive di North Shropshire nel dicembre scorso, le dimissioni del ministro per la Brexit David Frost, suo storico fedelissimo, e una misteriosa rimozione dal gruppo WhatsApp dei Tories già a dicembre hanno portato molti analisti a presagire tempi bui per il primo ministro. Il “Party-Gate”, la rivelazione degli inopportuni party interni a Downing Street durante i lockdown del biennio passato, ha rischiato di travolgerne la leadership. Ma Johnson non è ancora finito.

Certo, i Tories hanno da più parti attaccato il premier in carica dall’estate 2019 e trionfatore al voto del dicembre successivo. Douglas Ross, il leader dei Conservatori in Scozia, ha ripreso la critica al premier del segretario laburista e leader dell’opposizione, Keir Stramer: “Purtroppo devo dire che la sua posizione non è più sostenibile”, ha detto parlando con i media e sconfessando il premier. La stampa ha rincarato la dose. “Johnson sta perdendo il supporto dei Tory”, ha scritto attaccandolo a testa bassa, dopo esser già stato critico sull’esito del dialogo con l’Ue sulla Brexit, il fedelissimo Telegraph, giornale per cui ha scritto e che interpreta bene gli umori del mondo conservatore. Il tabloid Sun lo ha accusato di nascondersi e il Daily Mail si è chiesto: “La festa è finita per il premier?”, riprendendo le dichiarazioni seguite al voto di Nord Shropshire di Helen Morgan, la candidata libdem protagonista della vittoria in un seggio che i Conservatori non perdevano da 120 anni e in cui i voti favorevoli alla Brexit nel 2016 erano pari al 60%. A difendere apertamente Johnson è rimasto solo l’irriducibile Daily Express che a metà dicembre ha titolato: “Sta vincendo la guerra al Covid, ha sistemato la Brexit. Non bruciare tutto adesso”.

La partita, per Johnson, si fa durissima. Ma il premier ha più frecce al proprio arco per ribaltare la sfida.

In primo luogo, BoJo ha dato sempre il meglio in contesti che lo hanno visto messo all’angolo o indebolito. Dal periodo di traversata del deserto seguito dalle dimissioni da ministro degli Esteri alla vittoria alle primarie Tory nel 2019 alla marcia di avvicinamento al voto del dicembre dello stesso anno più volte Johnson, dato per finito, si è riscattato.

In secondo luogo, per ora Johnson gode del suo potere di condizionamento elettorale. Come scrive Linkiesta, “la sua popolarità ricorda quello di un influencer. Ha riportato i conservatori su percentuali che non si vedevano dall’era della Thatcher. Due anni dopo, gli scandali hanno incrinato il rapporto fideistico con il paese reale”. Ma ad ora non c’è nessun leader in grado di poter pareggiare il suo ascendente. Savid Javid, Segretario di Stato per la salute e gli affari sociale del Regno Unito dal 26 giugno 2021, per soli 204 giorni Cancelliere dello Scacchiere nel governo di Boris Johnson ed ex direttore di Deutsche Bank, ex astro in ascesa dei Tory, è una sua creatura. Liz Truss, 46enne ministro degli Esteri e responsabile del post-Brexit dopo l’uscita di Forst, è un’incognita.

E veniamo dunque al terzo punto: la diretta correlazione tra la tenuta del seggio di molti parlamentari conservatori e il Primo Ministro. Per far dimettere Johnson servono almeno 54 lettere di sfiducia dei suoi parlamentari del Partito Conservatore, ma non è detto arrivino in tempi brevi. Molti politici devono il seggio alla capacità di Johnson di tutelare gli interessi della Brexit nell’Inghilterra profonda e temono un repentino ritorno al voto che rischierebbe di cancellarne l’ascesa politica.

In un sondaggio di YouGov per Sky News, in ogni caso, è emerso che quasi la metà degli iscritti al Partito Conservatore preferirebbe avere a Downing Street l’attuale ministro dell’Economia, Rishi Sunak, e un terzo vorrebbe che Johnson si dimettesse. Ma i Tory non sono soliti correre dietro i sondaggi di breve periodo e, ora come ora, devono preservare un contesto politico fatto da una ripresa economica graduale ma incerta, dalla corsa di Omicron e dalla partita irlandese che si va riaccendendo. Scenari di crisi e instabilità che metteranno alla prova la reale tenuta del governo Johnson. Guidato da un premier che proprio nella crisi ha saputo, in passato, dare il meglio di sé. E potrà riscattare sul campo il calo di popolarità delle ultime settimane.

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