Abdelaziz Bouteflika avrebbe lasciato, assieme a parenti e collaboratori più stretti, l’Algeria: ad un mese dalle due dimissioni da presidente e dalla fine della sua ventennale esperienza di capo dello Stato, l’ex numero uno algerino sarebbe andato negli Emirati Arabi Uniti. Una notizia da prendere con le dovute cautele: non esistono al momento conferme ufficiali, a riferirla è il quotidiano locale SabqPress. Ma è chiaro che se per davvero Bouteflika avesse lasciato il paese, tutto ciò indicherebbe una situazione in Algeria tutt’altro che tranquilla.

La scelta degli Emirati Arabi Uniti

Bouteflika lega la sua scalata politica ad un nome ben preciso: è quello dell’ex presidente Houari Boumédiène, al timone dell’Algeria fino al 1978, anno in cui muore ad appena 46 anni a causa di una rara malattia del sangue. Boumédiène, tra i leader più carismatici della lotta nella guerra di indipendenza dalla Francia, individua in Bouteflika un fidato collaboratore ed in molti ad Algeri credono che negli anni della sua presidenza lavori per designarlo suo erede. Un rapporto così stretto, che Boumédiène perdona a Bouteflika alcuni gravi errori di gioventù: durante il conflitto con Parigi infatti, il delfino di Boumédiène per ben due volte diserta. Una volta viene inviato per una missione diplomatica in Tunisia e, dopo aver fatto perdere le proprie tracce, riappare in compagnia di amici in Europa al culmine di una lunga vacanza, un’altra volta invece viene scoperto in compagnia di una donna in Marocco quando ufficialmente è inviato nel Mali.

Bouteflika viene graziato entrambe le volte dal suo mentore politico, in primis molto probabilmente perché appartenente allo stesso clan di Oujda di cui fa parte proprio Boumédiène. Fatto sta che, alla morte di quest’ultimo, Bouteflika non viene scelto dall’esercito quale suo successore. Per lui, che in quel periodo ricopre l’incarico di ministro degli esteri ed appare destinato a prendere già allora la presidenza, è una sconfitta dura da digerire. Per questo pochi anni dopo decide di lasciare l’Algeria: si reca quindi negli Emirati Arabi Uniti. Ecco dunque che, se confermate le voci di un suo volontario allontanamento dal paese nordafricano, emergerebbe un filo diretto tra la sua storia personale e la più stretta attualità. Non sarebbe dunque un caso se Bouteflika, o chi per lui, avesse realmente scelto gli Emirati Arabi Uniti per vivere nuovamente lontano dall’Algeria.

Del resto anche ad Abu Dhabi negli anni ’80 lascia un segno: mentre dalle sponde del golfo lavora per ricucire i fili con la politica algerina, Bouteflika diventa consulente personale di Sultan bin Zayed al Nahyan, il fondatore del regno emiratino. Sia lui che la sua famiglia hanno rapporti personali con la casa regnante ed importanti ramificazioni nel contesto politico ed economico di Abu Dhabi. C’è da chiarire, per l’appunto, se la notizia fatta trapelare da SabqPress sia fondata o meno: in tanti ad Algeri nutrono dubbi in primis per le condizioni di salute dell’ex presidente che, come è risaputo, dal 2013 è costretto alla sedia a rotelle a causa di un grave ictus. Per lui, in quelle condizioni, sarebbe molto difficile affrontare un viaggio aereo verso Abu Dhabi a meno che non abbia usato lo stesso velivolo che nei mesi scorsi lo porta a Ginevra per delle speciali cure in una clinica svizzera. Ma in quel caso si tratta dell’aereo presidenziale: oggi Bouteflika non è più capo dello Stato, l’eventuale uso del mezzo dovrebbe ovviamente avere il via libera del governo, con tutte le implicazioni politiche del caso.

Se fosse confermata la scelta di Bouteflika di tornare ad Abu Dhabi, vuol dire che il suo entourage non valuta come ottimali le condizioni di sicurezza sia dell’ex presidente che del suo ex staff ad Algeri. Un motivo in più per pensare come, nel paese africano, la situazione è tutt’altro che definita e stabilizzata.

Continuano le proteste

Ed in effetti anche nel primo venerdì del mese in Algeria si scende in piazza: manifestazioni e proteste vengono tenute sia nella capitale che nelle altre principali città. Se oggetto degli slogan dei manifestanti, fino a marzo, è Abdelaziz Bouteflika e la sua paventata (e poi ritirata) candidatura per un quindo mandato, dopo le sue dimissioni le proteste sono rivolte contro l’attuale entourage che sta gestendo questa delicata fase di transizione. Ad Algeri lo chiamano “il fattore B“: dopo Bouteflika infatti, ad essere presi di mira sono l’attuale presidente ad interim Bensalah e l’attuale primo ministro Bedoui.

I manifestanti chiedono anche le loro dimissioni, un azzeramento totale della classe politica e la fine del potere per tutti gli uomini ritenuti vicini all’entourage di Bouteflika. Le proteste comunque assumono anche nell’ultimo venerdì dei connotati principalmente pacifici, non si registrano grossi tumulti o scontri con le forze dell’ordine. Anche perché l’esercito guarda dalla finestra le ultime evoluzioni ed in più occasioni i vertici militari affermano di voler tutelare l’ordine e di non reprimere il dissenso. Ufficialmente le nuove presidenziali, dopo l’annullamento di quelle dello scorso 18 aprile, dovrebbero tenersi il prossimo 4 luglio. Ma i manifestanti temono si tratti di una farsa volta ad installare alla presidenza un nome voluto dall’élite vicina a Bouteflika. Per questo chiedono un nuovo rinvio del voto ed una gestione della transizione affidata a personaggi “terzi” rispetto alla precedente nomenclatura politica.

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