La decisione del presidente statunitense Donald Trump di avviare il ritiro delle truppe a stelle e strisce dalla Siria e di programmare un’analoga azione in Afghanistan in caso di successo nei colloqui con i talebani ha causato ampie e accese discussioni nei palazzi del potere di Washington. In particolare, Trump non solo ha dovuto incassare le dimissioni del Segretario alla Difesa James Mattis, “falco” sul Medio Oriente ma consigliere saggio per il presidente in altri contesti, ma ha anche trovato di fronte a sé un Congresso in subbuglio.

Nella giornata di martedì 5 febbraio il Senato ha infatti approvato con maggioranza bipartisan una legge sul Medio Oriente che impone nuove sanzioni alla Siria di Bashar al Assad e rilancia le potenzialità dell’alleanza di Washington con Israele e Giordania, priorità sicuramente condivisa da Trump come la proposta di lotta al movimento Boycott, Divestment and Sanctions (Bds), ma al tempo stesso contiene un emendamento che impegna Capitol Hill a dissuadere il presidente dal perfezionare il ritiro delle truppe dall’Afghanistan.

L’emendamento, sottolinea Formiche“ha ottenuto una maggioranza netta: 68 favorevoli e 23 contrari, e questo significa che almeno ventuno membri della maggioranza repubblicana hanno votato a favore dell’emendamento”, che ha spaccato il Grand Old Party nel ramo del Congresso in cui è maggioritario. “Il valore del documento però è ancora superiore se si considera che a proporlo è stato il leader del Partito Repubblicano, Mitch McConnell. Il capo della maggioranza al Senato è un politico storico, passo deciso e voce sicura, che ultimamente seguiva la presidenza, ma che in passato ha già avuto problemi di divergenza con Trump”, ulteriormente dilatatesi nel contesto della politica estera.

I repubblicani tradizionali intendono seguire la linea Mattis, puntando al controbilanciamento dell’Iran attraverso la presenza sul terreno in Medio Oriente e temendo la possibilità che, rispettivamente, Mosca e Pechino possano beneficiare degli spazi di manovra lasciati in Siria ed Afghanistan. Il gioco è complesso, perché alla concezione della grande strategia di Washington si sovrappone la discussione sull’eventualità di proseguire una linea interventista che ha portato in passato a una notevole sovraestensione degli impegni statunitensi o sulla possibilità di orientare forze ed energie al cruciale teatro dell’Indo-Pacifico, baricentro della geopolitica planetaria.

Il New York Times ha fatto notare come Trump, sul disegno di legge promosso dal Senato, abbia incassato la vicinanza politica di un numero non indifferente di esponenti democratici di area non ortodossa: tra questi si segnalano Cory Booker, Kirsten Gillibrand, Kamala Harris e Elizabeth Warren, tutti candidati alle primarie democratiche, oltre al patriarca della sinistra democratica Bernie Sanders. Esponenti della sinistra democratica che hanno votato contro il disegno di legge del Senato, segnalando come, in fondo, nonostante la diversità di linguaggio essi parlino a un’America che punta a sovrapporsi a quella che ha votato Trump nel 2016. L’America di mezzo, che rispetto alle metropoli rivierasche paga un divario economico non indifferente e ha sperimentato con decisione gli effetti della crisi: un’America che Trump ha saputo interpretare e che nel presidente ha grande fiducia, oramai stanca delle grandi avventure militari all’estero.

Certo, alcuni esponenti democratici candidati alla Casa Bianca come Tulsi Gabbard hanno saputo portare questa posizione oltre, facendo notare le contraddizioni esistenti nell’amministrazione tra la volontà di un disimpegno mediorientale e la rinnovata aggressività nello scenario latinoamericano, evidente più che mai nel contesto venezuelano; tuttavia, le manovre politiche a Capitol Hill segnalano la liquidità di determinate posizioni politiche riguardanti gli scenari internazionali. Repubblicani e democratici, in fin dei conti, promuovono una risoluzione bipartisan ma sono le defezioni in campo presidenziale e nel fronte dell’opposizione a far parlare di sé. Segno che all’America serva, ora più che mai, una strategia condivisa. E delle contraddizioni che presenterà la lunga corsa al voto del 2020, entrata nel vivo con quasi due anni d’anticipo.

 

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