L’assalto brasiliano dello scorso 8 gennaio ha lasciato in eredità strascichi polemici sul fronte politico e istituzionale e un aumento della tensione interna al gigante latinoamericano. Il presidente , tornato al potere da poco più di una settimana, va all’attacco contro il predecessore Jair Bolsonaro; questi respinge le accuse e rivendica la sua estraneità ai fatti di Brasilia compiuto dai suoi sostenitori.

Senza, però, andare oltre una condanna formale e non sostanziale di quanto avvenuto. A oggi Bolsonaro non è indagato dalla magistratura brasiliana per il suo ruolo da “piromane” di cui Lula lo ha accusato. Ma la rete di suoi sostenitori e simpatizzanti appare sempre più sotto assedio.

Il ministro della Giustizia brasiliano Flavio Dino ha reso noto nella giornata del 10 gennaio che la Polizia federale ha già identificato cento persone in dieci Stati federali del Paese come possibili finanziatori dei movimenti bolsonaristi che hanno contestato l’esito delle elezioni di ottobre e sono ad oggi accusate di aver fomentato sul campo un vero e proprio tentativo di colpo di Stato. Con le accuse che mirano a coinvolgere lo stesso ex presidente.

Tesi, questa, respinta al mittente da Bolsonaro e dai suoi, anche se diversi governatori del Partito Liberale di cui l’ex capo dello Stato fa parte hanno usato parole durissime verso gli assalti di Brasilia. Bolsonaro nel frattempo si trova negli Stati Uniti, a Orlando, dove l’11 gennaio è stato ricoverato per un riacutizzarsi di un dolore all’addome causato da una dura occlusione intestinale. Onda lunga dell’attentato subito nel 2018, dice lui. Mossa tattica per uscire dalla mischia politica, risponde la sinistra.

Cosa rischia oggi il Presidente non riconfermato nel 2022? È difficile dirlo. In primo luogo, bisognerà capire se la Camera e il Senato promuoveranno una procedura di indagine sul modello di quanto fatto negli Usa per i fatti di Capitol Hill. Questo servirà a accertare le possibili responsabilità politiche di Bolsonaro e delle sue dichiarazioni incendiarie, ma non avrà almeno per ora effetto su eventuali addebiti penali verso l’ex presidente.

L’idea però è che il Partito Liberale arrivi a dare il via libera, da prima forza parlamentare, a processare quello che è il suo uomo simbolo, cioè di fatto sé stesso è però difficile da considerarsi come fattibile. Ma la volontà della destra di separare i propri destini da quelli dell’ex presidente potrebbe portare al rischio di una delegittimazione per Bolsonaro a pochi mesi dal voto in cui ha sfiorato, per un soffio, la rielezione. Segnando la fine della sua carriera politica.

Al contempo, nota Agenzia Nova, “La Corte suprema del Brasile ha disposto ieri i primi arresti di funzionari di alto livello ritenuti responsabili degli assalti sferrati domenica alle sedi di esecutivo, legislativo e giudiziario, a Brasilia. I provvedimenti firmati dal giudice Alexander de Moraes riguardano Anderson Torres, ex ministro della Pubblica sicurezza nel Distretto federale ed ex ministro della Giustizia nel governo di Jair Bolsonaro, e di Fabio Augusto Vieira, capo della polizia. cittadina” di Brasilia.

Per i 1.500 arrestati complessivi gli addebiti penali rischiano di essere gravissimi, configurandosi per loro i frati di terrorismo ed eversione. Sono partiti attivamente gli interrogatori degli arrestati, compiuti sia dalla polizia militare che dall’esercito. Le forze armate si sono mantenute nelle caserme e non hanno in alcun modo assecondato i sovversivi, teppisti per Bolsonaro, golpisti per Lula.

“L’esercito non ha mostrato volontà golpiste. Un colpo di stato non si può fare senza l’appoggio del potere militare”, ha dichiarato il politologo Carlo Cauti a In Terris. Questo, “nonostante l’esercito abbia dimostrato in passato di non apprezzare molto Lula, sia per i suoi trascorsi di corruzione, sia per la volontà del Partito dei lavoratori di introdurre nei curricula delle accademie militari brasiliane questioni politiche, un’ideologizzazione come è stato fatto in Venezuela, per trasformare l’esercito da un organo di stato a un organo politico”.

Secondo fonti del governo di Lula rilanciate da O Globo, i vertici militari sarebbero stati raggiunti dagli emissari di Lula, che si trovava a San Paolo, nei loro uffici di Brasilia in novanta minuti dagli assalti per dialogare sulla risposta alla crisi. Questa tempestività mostra come, comunque nella presidenza esistesse il timore di un degenero della situazione.

E Lula ha dichiarato di ritenere che ci fossero tra i militari molti simpatizzanti del presunto golpe. Sfida a tutto campo per la democrazia brasiliana che nel frattempo ha portato a un repulisti ai vertici degli apparati di sicurezza. Sono segnalati diversi casi di sostituzioni di ufficiali di fascia intermedia e di blocchi di conti esteri ai sospettati. Però il tema di fondo pare essere quello della lealtà al potere politico delle forze armate. Mai prone all’ipotesi di sacrificare in nome di un Bolsonaro più tollerato che apprezzato la loro credibilità, al netto delle tensioni con Lula. Il quale oggi non deve cadere nell’illusione di pensare che il flop dei manifestanti di domenica lo renda, automaticamente, padrone del Paese. E dovrà ricucire con tutto il Paese, compresi i bolsonaristi della classe media che temono il ritorno della Sinistra al potere pur disapprovando i metodi più estremi. Pena dei rischi per la democrazia verdeoro.

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