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A più di un mese dalla conclusione del secondo turno elettorale in Brasile, il neo eletto presidente Luiz Inacio Lula Da Silva ha svelato alcune tra le più attese nomine per il nuovo governo. Tra di essi, oltre all’ex sindaco di San Paolo, Fernando Haddad, che andrà al dicastero delle Finanze, spicca Jose Mucio che assumerà l’importante e delicata carica di ministro della Difesa.

Mucio è un civile, ex presidente dell’organismo di controllo dei conti del governo federale ed è già stato ministro nell’amministrazione da Silva nel 2003. La nomina di un civile è un cambiamento profondo e significativo rispetto all’approccio adottato dal governo uscente di Jair Bolsonaro, il quale ha militarizzato il dicastero, con conseguenze che hanno indotto il presidente Lula a rivoluzionare le massime cariche delle Forze Armate, come vedremo. Si tratta di un preciso disegno quindi, che vuole rimuovere i militari dal fulcro delle questioni politiche del Brasile per riconsegnarli al loro ambito, ovvero di esecutori della volontà del potere politico democraticamente eletto. Un aspetto fondamentale di ogni democrazia liberale moderna, e che ha particolare rilevanza guardando alla storia del Brasile, che è uscito da più di due decenni di dittatura militare nel 1985.

Il nuovo ministro, appena assunta la carica, ha affermato che seguirà il sistema gerarchico esistente per l’avvicendamento delle cariche nelle Forze Armate: si tratta di una decisione dettata dalla necessità di non inimicarsi i militari e di apertura verso l’opposizione, che è uscita tutt’altro che fortemente ridimensionata dall’esito elettorale di fine ottobre.

Guardando al risultato delle urne, infatti, il Brasile appare spaccato in due: Lula non ha ottenuto una maggioranza schiacciante al secondo turno, anzi, l’esito delle elezioni è stato in bilico sin quasi alla fine dello spoglio, terminato con solo 1,8 punti percentuale di scarto tra i due sfidanti. Anche guardando alla geografia del voto, il Paese è nettamente diviso tra il centro-nord (fatta eccezione per gli Stati di Roraima e Amapà) in cui il partito di Lula è stato votato dalla maggioranza della popolazione, e il centro-sud (con l’eccezione dello Stato di Minas Gerais) schieratosi con Bolsonaro. Una divisione che, sostanzialmente, corrisponde a profonde divisioni della ricchezza del Paese con la fascia amazzonica più povera rispetto a quella meridionale.

Tornando alle Forze Armate, l’ex presidente durante il suo mandato ha cercato di fare leva sui militari per consolidare il suo potere, trovando però resistenze: a marzo dello scorso anno i capi di tutti e tre i rami delle Ffaa si sono dimessi congiuntamente in seguito alla sostituzione del ministro della Difesa.

L’ambiente militare brasiliano e quanto ad esso correlato, però, non è rimasto indenne alla penetrazione bolsonarista, come evidenziato da alcune proteste scoppiate per la presunta frode elettorale – relativa alle macchine per il voto elettronico usate in Brasile – il 30 ottobre scorso, ma soprattutto come si evince da recenti avvenimenti che riguardano direttamente il nostro Paese: la commessa vinta da Oto-Melara per la fornitura di 98 blindo “Centauro II” all’esercito brasiliano è stata bloccata l’8 dicembre scorso dal tribunale federale di Brasilia “per valutare eventuali irregolarità e soprattutto per fare luce sull’opportunità dell’acquisto”. Una decisione che ci appare prettamente politica e finalizzata a ostacolare e screditare Lula in un momento di particolare fragilità, essendo alle prese con le nomine governative.

Nonostante il nuovo ministro Mucio sia rispettato dai militari per il suo curriculum politico, comunque la presidenza ha optato per la sostituzione delle massime gerarchie dell’esercito e dell’aviazione. Nell’Aeronautica è subentrato il generale Marcelo Kanitz Damasceno (nato nel 1959) già segretario del ministro dell’Aeronautica, comandante del Gruppo Trasporti Speciali (responsabile del trasporto del presidente e di altre autorità), comandante della base aerea di Brasilia, nonché addetto della Difesa e dell’Aeronautica Militare a Parigi e Bruxelles.

Alla guida dell’Esercito è stato nominato il generale Julio Cesar de Arruda (nato nel 1959), già a capo del Dipartimento di Ingegneria e Costruzioni e del Primo Battaglione delle Forze Speciali (2005/2006), successivamente comandante dell’accademia militare Agulhas Negras e poi a capo delle operazioni speciali.

Attualmente il capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Almir Garnier Santos, in carica dal 2021, sembra essere ancora al comando della forza armata, ma la stampa brasiliana riferisce che tutti e tre i capi delle Forze Armate dovrebbero essere sostituiti. Riteniamo che molto probabilmente l’ammiraglio resterà in carica per garantire la continuità del programma di rinnovamento della marina brasiliana.

Il Brasile, infatti, ha in essere un programma autoctono di sviluppo dello strumento sottomarino, chiamato Prosub, dal 2008 e lanciato con la nuova Strategia Nazionale di Difesa. In dettaglio il programma Prosub è finalizzato a dotare la marina brasiliana di un battello da attacco a propulsione nucleare (Ssn) e viene sviluppato in partenariato con la Francia.

Lo strumento marittimo è infatti fondamentale per gli interessi strategici brasiliani. In particolare la scelta di dotarsi di un Ssn è stata fatta per proteggere il vasto territorio marittimo del Brasile, la cosiddetta “Amazzonia Blu” (Blue Amazon), ma un battello di questo tipo offre alla Marina di Brasilia capacità che vanno ben oltre la Zee (Zona di Esclusività Economica) nazionale, potendo operare, potenzialmente, a livello globale. Del resto il Paese, per via della sua estensione geografica e della lunga costa atlantica, non può non considerare la proiezione marittima in profondità per tutelare i propri interessi in un mondo multipolare che vede una maggiore instabilità, con potenze medie e grandi che hanno avviato programmi di armamento per ottenere strumenti bellici dalla portata sempre più lunga, soprattutto sul mare.

Una piccola rivoluzione quindi, quella messa in atto da Lula, funzionale al mantenimento della stabilità escludendo le anime bolsonariste intransigenti dalle Forze Armate in un Paese che ancora appare spaccato in due dall’esito delle elezioni, e con un ex presidente che ha tenuto una condotta a dir poco scorretta nel periodo post elettorale ritardando il riconoscimento dell’esito delle elezioni e sollevando accuse di brogli che, a oggi, sono state dimostrate infondate dallo stesso ministero della Difesa.

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