Il primo arresto di peso del post-8 gennaio in Brasile è quello di Anderson Torres, ex ministro della Giustizia del governo Bolsonaro. Torres, che si trovava in Florida come l’ex capo dello Stato nei primi giorni dell’anno, è stato arrestato a Brasilia al suo rientro dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportano i media brasiliani, l’ex guardasigilli brasiliano si è consegnato volontariamente alle autorità per evitare che il suo successore, Flavio Dino, ne chiedesse l’estradizione a Washington.

Le accuse di negligenza a Torres

Torres, ex agente federale ed ex capo della polizia dello Stato nordico del Roraima, era stato silurato dalla Corte Suprema di Brasilia dal suo attuale ruolo di segretario alla sicurezza del Distretto Federale Brasiliano dopo l’assalto dei sostenitori di Bolsonaro alla Piazza dei Tre Poteri della capitale verdeoro. In tale posizione era stato nominato a dicembre, a poche settimane dalla sconfitta contro Lula dell’ex Presidente. L’alleato giudiziario di Bolsonaro era tornato ufficialmente il 2 gennaio a servire sotto il governatore, oggi sospeso, Ibaneis Rocha, nel ruolo già ricoperto tra il 2019 e il 2021, prima di venire chiamato a gestire il minstero della Giustizia, posizione cruciale in una fase in cui le accuse di corruzione e le inchieste sul Covid tormentavano l’inquilino del Planalto tra il marzo 2021 e lo scorso 31 dicembre.

L’accusa formale a Torres è quella di negligenza e omissione politica di fronte all’incedere degli assalitori dell’8 gennaio. Il suo arresto è stato definito “inevitabile” dal capogruppo della maggioranza presidenziale che sostiene il neo-presidente Lula al Senato, l’ecologista Randolfe Rodrigues. Bolsonarista convinto, Torres non avrebbe fatto nulla, secondo le accuse, per disperdere le turme di sostenitori dell’ex presidente che da settimane invocavano a gran voce fuori dalle caserme l’intervento dell’esercito contro la transizione democratica. E al contempo sarebbe partito per le vacanze a Orlando, nella stessa zona dove si trovava Bolsonaro, senza dare istruzioni chiare a chi si trovava a gestire l’ordine pubblico nella capitale.

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L’ex presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, in una foto dall’ospedale di Orlando, negli Stati Uniti, dove è stato ricoverato in seguito a dolori addominali. Foto: Ansa.

L’affondo del presidente della Corte Suprema

Assieme a Fabio Augusto Vieira, ex comandante della polizia militare di Brasilia, Torres è stato colpito da un mandato d’arresto e da un’inchiesta avallata dal presidente della Corte Suprema Alexandre de Moraes. Rocha è invece sotto indagine della Corte Suprema ma non risulta destinatario di mandati di arresto.

In un momento così delicato per la democrazia brasiliana, in cui si verificano quotidianamente atti antidemocratici, con l’occupazione di spazi militari in tutto il Paese e a Brasilia, non è possibile invocare l’ignoranza o l’incompetenza per un’omissione dolosa e criminale“, ha dichiarato De Moraes.

Torres preparava un golpe pro-Bolsonaro?

Ad aggravare la posizione di Torres potrebbe essere però quanto scoperto dalla polizia federale nella sua casa di Brasilia. Secondo quanto riportano i media, nella casa dell’ex Ministro arrestato sarebbe stata trovata la bozza di un possibile decreto d’emergenza per permettere a Bolsonaro di sospendere la transizione presidenziale con Lula prima dell’avvicendamento al potere l’1 gennaio scorso. Il documento si sarebbe incentrato sulla possibilità di invocare lo stato di difesa, previsto dall’articolo 136 della costituzione, in caso di sommosse e tumulti.

L’articolo 136, tra i più estremi della Costituzione presidenzialista del Brasile, garantisce al Planalto di invocare per sé, in fasi emergenziali, poteri d’eccezione per “ripristinare tempestivamente l’ordine pubblico o la quiete sociale minacciati da grave e imminente dissesto istituzionale“. In particolare, il decreto avrebbe consentito di esautorare il Tribunale Supremo Elettorale incaricato di certificare l’esito delle elezioni e di sospendere il processo di ratifica del voto. Avrebbe poi fatto seguito la creazione di una commissione guidata da Bolsonaro per gestire l’indagine sul voto.

Un golpe in piena regola, dunque, che però non si può dire necessariamente avallato dallo stesso Bolsonaro, le cui responsabilità appaiono ad oggi più morali e politiche che penali. A meno che non escano, nelle prossime settimane, ulteriori elementi probanti capaci di far virare le indagini contro lo stesso ex Presidente. Del resto, la stessa scoperta del documento non può non essere considerata la pistola fumante per l’avallo di un colpo di stato a opera di Torres o per un processo politico consolidato negli apparati dello Stato profondo brasiliano.

Il contrappasso del bolsonarismo

Quel che è certo è il fatto che il bolsonarismo, nato anche grazie allo tsunami giudiziario che ha colpito Lula e il Partito dei Lavoratori tra il 2016 e il 2018 e dalla rivolta politica contro l’establishment politico della sinistra verdeoro, sta vedendo il contraccolpo del suo giustizialismo. Non dimentichiamo che il primo Ministro della Giustizia di Bolsonaro fu Sergio Moro, “inquisitore” giudiziario di Lula e padre di Lava Jato, la “Mani Pulite” brasiliane. Moro si è dimesso per la gestione disastrosa del Covid in Brasile nell’aprile 2020, venendo sostituito dall’ex giudica Andre Mendoça, eletto nel 2021 alla Corte Suprema e sostituito da Torres. Questi si è iscritto nel 2021 al Partito Social-Liberale di cui allora Bolsonaro faceva parte e che nel 2022 è confluito nella coalizione Uniao Brasil.

Nel frattempo, Bolsonaro si è unito al Partito Liberale (che nel 2018 alle presidenziali sosteneva Gerardo Alckmin, attuale vice di Lula), non venendo seguito da Torres. Il quale è parte di una formazione che dopo la vittoria presidenziale di Lula è stata cooptata come forza moderata a partecipare al governo con ben tre ministeri affidati a suoi esponenti: Comunicazioni, Turismo e Integrazione Regionale.

Uniao non sarà organicamente nella maggioranza di Sinistra, ma da componente di centro-destra del governo voterà assieme a Lula e ai suoi i provvedimenti di comune interesse in Parlamento. Ragion per cui ad oggi il bolsonarista Torres si trova formalmente in una formazione che dialoga e ha impostato una politica della “non sfiducia” verso Lula dopo aver ospitato per anni, in una sua componente, l’ex Presidente fuggito negli Usa.

Una situazione grottesca che dà un’idea del caos politico che esiste in Brasile e della determinazione dello stesso governo di risolvere con tenacia e risolutezza la questione. Soprattutto con l’obiettivo di superare nel minor tempo possibile il trauma dell’8 gennaio e governare con chiarezza per il futuro del Paese.

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