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Mancano 200 giorni: dopo, arrivato il 29 marzo 2019, l’Europa potrebbe non essere più la stessa. A Londra il conto alla rovescia è iniziato dal referendum di giugno 2016, quando il popolo britannico ha optato in maggioranza per lasciare l’Unione europea. Adesso, nonostante le trattative siano ancora in alto mare, la Brexit si avvicina. E con essa, tutti i dubbi che l’accompagnano da quando si è iniziato a parlare dell’uscita dall’Ue.

I prossimi 200 giorni, come spiega il quotidiano spagnolo El Mundo, saranno decisivi. E per May e il suo governo non sarà semplice districarsi fra la giungla di offerte, minacce, controfferte e vertici di cui l’agenda europea e britannica è già piena.

Oggi il primo round: la proposta di un piano alternativo all’uscita senza accordo. Il presidente della Commissione europea è stato chiaro: “Noi rispettiamo la decisione britannica, ma ci dispiace moltissimo. Chiediamo al governo britannico di comprendere che chi lascia l’Ue non può essere messo nella stessa posizione privilegiata di uno Stato membro. Non si fa più parte del mercato unico”.

Juncker ha poi teso alla mano alla premier britannica dicendo che “dopo il 29 marzo 2019, il Regno Unito non sarà mai un Paese terzo ordinario, ma un partner molto stretto in termini economici, politici e di sicurezza”. Ma l’idea è che l’Ue stia sperando, fino all’ultimo, di tardare le trattative per arrivare all’ultimo con un accordo vantaggioso in larga parte per Bruxelles.

L’idea fa parte del piano deciso nella residenza estiva di Chequers: la Brexit si farà ma con un accordo che renda il più possibile soft l’uscita del Regno dall’Unione europea. Un piano non apprezzato da una parte considerevole dei conservatori britannici che adesso pare abbiano intenzione di scalzare la May dal potere. La Bbc parla di almeno 50 parlamentari pronti a sfiduciarla, tutti legati alla corrente anti europea dell’European Research Group. E per il governo, adesso, si prevedono giorni di fuoco.

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Settembre sarà un mese probabilmente decisivo. La mozione di sfiducia dei parlamentari conservatori alla leadership di Theresa May pende come una spada di Damocle sulla testa di colei che deve negoziare la Brexit. E dall’esterno, Boris Johnson soffia sul fuoco delle proteste sperando in un ritorno in grande stile sulla scena dei Tories, aspettando il convegno annuale del partito il 30 settembre, a Birmingham, dove potrebbe essere la resa dei conti finale.

Nel frattempo, la premier sarà impegnata nell’aprire un fronte di Paesi europei che possano guardare con occhio benevolo a Londra, spingendo così per un accordo di libero scambio fra Gran Bretagna e Unione europea. Il 20 settembre, l’incontro informale di Salisburgo servirà al governo britannico per testare le reazioni europee al piano deciso a Chequers. 

Se l’incontro di Salisburgo non produrrà i frutti sperati, la riunione di Birmingham diventerà decisiva per il futuro della premier. A questo punto, lo scenario sarebbe ancora più preoccupante per l’esecutivo.

A quel punto, l’attenzione si sposterà sul 17 e 18 ottobre. L’idea iniziale era che questo summit fra Gran Bretagna e Unione europea fosse la scadenza per un accordo definitivo sul divorzio fra Uk e Unione. La speranza iniziale era arrivare a ottobre in modo da dare tempo ai parlamenti britannico ed europeo di ratificare l’accordo nei mesi successivi.

Ma sembra che a questo punto sia difficile che tra un mese si giunga a un accordo definitivo. E proprio per questo motivo, molti puntano su novembre come ultima data utile per concludere i negoziati e arrivare a un piano di uscita concordato. L’auspicio è che si giunga a novembre con una bozza completa. Ma sono in molti a credere che la vera data finale sarà il 13 e 14 dicembre, quando si terrà l’ultimo summit fra Gran Bretagna e Ue del 2018. Sarà questa l’ultima data utile per concludere un accordo: che a quel punto dovrà essere ratificato dalla Camera dei Comuni.

Qui, a gennaio, si rischierà il pantano. Theresa May non ha la certezza della maggioranza. Decine di deputati conservatori (e fautori del Brexit duro) potrebbero essere pronti a fare le barricate. E per gli anti-Brexit si tratterebbe di un momento perfetto per colpire la prospettiva dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Si preannuncia una battaglia durissima. E a quel punto, il 21 gennaio, il Parlamento potrebbe assumere il potere di orientare le scelte dell’esecutivo affossando il piano della May.

Un primo scoglio, cui si aggiungerà un altro, molto difficile da superare: l’ok di almeno 20 Stati membri dell’Unione europea. Ed è proprio per questo motivo che Londra sta cercando, in ogni modo, di riallacciare i rapporti con i Paesi dell’Ue, a cominciare dalla Francia di Emmanuel Macron. Per ora Londra non ha alleati affidabilissimi, ma ha intavolato una serie di accordi. Italia (soprattutto con l’attuale governo Lega-Cinque Stelle), Austria e gruppo Visegrad sembrano orientati ad appoggiare la Brexit. E l’ok di Parigi all’accordo potrebbe essere a quel punto decisivo. Aspettando di arrivare alle 23:00 del 29 marzo 2019: quando per l’ultima volta il Regno Unito farà parte dell’Unione europea.

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