È definitivamente guerra aperta fra la Camera dei Lord e il governo May sulla questione Brexit. Nel giro di due settimane, ilgoverno conservatore ha incassato due sonore sconfitte, entrambe nella Camera alta di Londra, che hanno aperto in maniera definitiva la crisi istituzionale che intercorre ormai da mesi fra i Lord e l’esecutivo riguardo le procedure di uscita dall’Unione Europea.Due i voti fondamentali che hanno reso evidente questa spaccatura. Il primo, pochi giorni fa, ha visto i Lord votare compatti per il riconoscimento di una serie di diritti in capo ai cittadini europei residenti in territorio britannico per evitare che fossero considerati semplici immigrati.Il secondo voto, quello delle ultime ore, ha invece visto sorgere un fronte trasversale di Lord composto da laburisti, liberaldemocratici ed alcuni dissidenti del partito conservatore, che hanno votato un emendamento alla legge di attivazione del procedimento di uscita dall’Ue con il quale la Camera Alta ha imposto che il Parlamento abbia l’ultima parola (anche con diritto di veto)  nella fase finale dell’accordo con l’Europa.Da un punto di vista strutturale, la legge potrebbe anche non sortire effetti radicali: l’approvazione degli emendamenti è infatti adesso sottoposta al voto della Camera dei Comuni che, almeno attualmente, sembra orientata nel rifiutare le modifiche introdotte dai Lord e quindi potrebbe comunque concedere a Theresa May il potere di presentare agli altri Stati Membri dell’Unione europea la comunicazione ufficiale di voler attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, senza dover passare per le Houses.Se però, almeno allo stato attuale delle cose e stando ai rapporti di forza parlamentari, sembra scongiurata l’ipotesi che nella Camera dei Comuni si ripeta quanto avvenuto nella Camera dei Lord, è altrettanto chiaro che gli effetti politici e culturali sorti con questo ennesimo voto sfavorevole a Brexit a parte della più alta Camera del Regno sono tutt’altro che minimi. Da un punto di vista istituzionale, lo scontro tra l’esecutivo e una della due Camere certamente indebolisce l’operato del Governo May, che ha posto nell’attivazione delle procedure per l’uscita dall’Europa l’obiettivo primario della sua politica.Da un punto di vista, lo scontro tra potere esecutivo e potere legislativo ha condotto inevitabilmente molti parlamentari ed osservatori a mettere in guardia la società britannica da questa tensione istituzionale. I sostenitori dell’emendamento si sono arroccati sul diritto del Parlamento a decidere, quali rappresentanti del popolo del Regno Unito, sulle sorti di un evento così radicale per la società britannica e per le relazioni di Londra con il resto del mondo. Fra i maggiori sostenitori della proposta del voto del Parlamento, meritano particolare attenzione le parole di Lord Heseltine, storico deputato conservatore, che ha affermato senza troppi giri di parole come il Parlamento sia l’unico ed ultimo custode della sovranità nazionale, concludendo come sia altrettanto giusto che abbia l’ultima parola su una scelta che inciderà, inevitabilmente, sulle future generazioni britanniche. Sull’altro fronte, i sostenitori della legge del Governo hanno fatto propri due punti di fondamentale importanza. Da un lato, molti fra i contrari agli emendamenti hanno sostenuto che l’approvazione di tali modifiche avrebbe inciso notevolmente sulla capacità di negoziazione del governo May in Europa, che uscirebbe sicuramente indebolita qualora il Parlamento britannico dovesse di fatto spostare il potere di scelta dall’esecutivo alle Camere.Altri parlamentari contrari a queste modifiche hanno posto invece l’accento sul principio politico che si andava formando a seguito di questi emendamenti da parte dei Lord del Regno, e cioè il fatto che sarebbe certamente passato il messaggio secondo il quale il Parlamento volesse arrogarsi il diritto di scelta sulle sorti del popolo britannico, di fatto bypassando la celta popolare avvenuta con il referendum di giugno. In questo dibattito, non pochi hanno in particolare posto l’accento su cosa potesse significare culturalmente la scissione fra i Lord e l’elettorato del Regno Unito a causa di questa scelta della House of Lords, soprattutto perché quest’ultima non è su base elettiva come invece lo è la Camera dei Comuni. Sotto questo profilo, è evidente che il dibattito non riguarda soltanto la singola questione contingente della legge sull’attivazione dell’articolo 50 di Lisbona, ma abbraccia una questione di più ampia portata, e che concerne i rapporti di forza tra scelta diretta del popolo e democrazia rappresentativa, che lascia ancora seri dubbi sui limiti intrinsechi della capacità vincolante del voto referendario.

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