La Brexit tiene ancora banco sia in Europa che nel Regno Unito. E adesso, in attesa del voto di gennaio della Camera dei Comuni, Theresa May sembra appesa a un filo. Il fronte di opposizione all’accordo siglato con l’Unione europea unisce i sostenitori della Brexit e i suoi contrari.

Per chi vuole l’uscita dall’Ue il prima possibile e in modo netto, la bozza di accordo firmata da May e leader europei appare priva di adeguate garanzie. Per chi si oppone all’uscita di Londra dall’Ue, è questo il momento di colpire la fragile maggioranza conservatrice e provare a indire o un nuovo referendum o nuove elezioni.

Nel caos che potrebbe palesarsi a Londra fra pochi giorni, uno dei rischi maggiori è quello di arrivare alla scadenza del termine dei negoziati, il 29 marzo alle ore 23:00, senza un accordo. Un’ipotesi che in Gran Bretagna temono (e molto), a tal punto che in questi ultimi giorni stanno addestrando le forze di polizia in maniera specifica in caso di disordini al confine fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. E anche i governi europei hanno iniziato ad attrezzarsi, soprattutto a livello finanziario, in caso di “no-deal“.

Ed è proprio l’ipotesi del “no-deal”, cioè dell’assenza di accordo, a preoccupare i cittadini britannici e a essere vista come un incubo anche da parte del governo May e in Ue. L’accordo concluso fra Londra e Bruxelles non appare perfetto, anzi, sembra estremamente lacunoso, ma tutti continuano a ripetere che questa soluzione sia comunque meglio di un’uscita senza accordo. Tuttavia sono in molti a temere il peggio, in particolare i cittadini britannici che vivono nei Paesi membri dell’Unione europea e a cui il governo inglese ha garantito il pieno mantenimento dei loro diritti anche in caso di uscita senza accordo.

Un’ipotesi che però parte da una premessa: a decidere se i cittadini britannici avranno comunque gli stessi diritti, sarà lo Stato in cui risiedono. May e Unione europea avevano chiesto agli Stati membri dell’Unione europea di “essere generosi” con i cittadini di Sua Maestà residenti in Europa. Ma da parte delle cancellerie europee sono arrivati segnali poco incoraggianti. L’idea è che molti governi non abbiano fretta di mettere mano alle leggi per confermare lo status dei residenti britannici.

Molti, ma non l’Italia, che è il primo Paese europeo ad avere garantito che, anche in caso di no-deal, i residenti britannici avranno pieno diritti. Come riporta il Guardian, alti funzionari del ministero degli Esteri italiano hanno confermato ai portavoce di British in Italy, il gruppo che rappresenta i sudditi di Elisabetta II residenti in Italia, che “potranno continuare a essere legalmente residenti mantenendo il diritto di lavorare” anche senza approvazione del piano di May da parte del parlamento di Londra e in caso di uscita senza accordo a marzo.

Per May, un primo sospiro di sollievo. La questione dei suoi connazionali residenti nei Paesi dell’Unione europea è sempre stata uno dei nodi cruciali dell’accordo sulla Brexit. E in sua assenza, il rischio di un caos legislativo avrebbe condotto centinaia di migliaia di britannici a ritrovarsi con un vuoto legislativo molto pericoloso ma soprattutto con la rabbia nei confronti dell’esecutivo conservatore.

Ma da parte italiana, questa decisione ha anche un altro significato: la vicinanza del nostro governo a quello britannico. Il governo di Giuseppe Conte si è sempre dimostrato particolarmente attento ai problemi di Londra. E lo hanno dimostrato anche le parole di Matteo Salvini, il quale ha spesso ribadito la sua idea di rispettare la volontà del popolo britannico e ha accusato l’Unione europea di aver condotto il Regno Unito all’uscita.

In un’intervista ad Adnkronos a novembre, Salvini ha dichiarato: “Se c’è un voto, il voto va sempre rispettato, ma l’Europa ora deve farsi un esame di coscienza perché in ogni caso la Gran Bretagna era uno dei Paesi che aveva più vantaggi dall’appartenenza all’Unione, pur avendo tenuto la sua moneta, quindi se un Paese così importante ha deciso di uscire, evidentemente a Bruxelles qualcuno ha sbagliato qualcosa”. E anche in quell’occasione, il vice premer aveva ribadito: “Quel che mi interessa ora è tutelare i 700mila italiani che sono là e le imprese italiane che lavorano” in Gran Bretagna, “loro hanno fatto la loro scelta ed era giusto assecondarla…”.

L’assist dall’Italia è arrivato, quindi. E questo non può non far piacere a un governo come quello inglese in continua ricerca di appoggi internazionali. Rafforzata la linea filo-atlantica con l’appoggio di Donald Trump per la Brexit, ora a May servono sponde all’interno dell’Unione europea. E il nostro governo, per la vicinanza alle posizioni euro-critiche e per la sinergia con l’amministrazione americana, sembra quello più indicata per fornire al Regno Unito un sostegno. E non è un caso che siano in molti a vedere Milano come possibile erede europea della borsa di Londra.

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