Al via dopo un anno, finalmente, i negoziati per porre le basi dei rapporti tra Gran Bretagna e Unione europea. A Berlaymont, nel quartier generale d’Europa, la Brexit vedrà prima o poi la luce.

Dopo le assennate discussioni contornate dall’incertezza di chi ha proposto degli scenari post-separazione, senza ancora nulla sul tavolo, la preparazione ai negoziati entra nel vivo, portandosi dietro tutti i dubbi del caso.

Di certo, negli ultimi dodici mesi, abbiamo osservato soltanto due cose: un voto che ha indebolito Theresa May, al governo con i Tories dal giugno scorso, e un tasso di cambio che, a procedure di applicazione dell’Articolo 50 del TUE ancora in stallo, ha favorito le – per la verità poche – esportazioni britanniche e incentivato il turismo straniero nelle isole del Regno.

Nel corso dei trimestri che hanno seguito il voto del referendum del 23 giugno scorso è parso che gli effetti su l’occupazione e sulla produzione britannica fossero addirittura più che positivi, cosa che in realtà non ha fatto altro che innalzare i toni del dibattito interno. In virtù delle consultazioni elettorali da poco tenutesi in tutto il Regno Unito nei giorni scorsi, ora anche i Laburisti guidati da Corbyn sembrerebbero essere orientati verso un adempimento del processo di separazione dall’Unione, visto anche il consistente numero di voti che il rappresentante della sinistra più sinistra inglese ha racimolato nelle frange della working class britannica delle midlands e del Nord, lasciata al palo dalle elites metropolitane ricche.

I nodi principali dell’accordo risiedono negli expat, nei debiti verso Bruxelles e nel destino del centro finanziario più grande del mondo.

Per ciò che riguarda i milioni di cittadini europei residenti in Regno Unito, bisognerà capire se Londra sarà disposta a concedere permessi di residenza permanenti oppure se le file nei consolati britannici oltremare saranno di nuovo chilometriche. Da questo punto di vista la tendenza sarà decisamente incerta, dal momento che comunque la Gran Bretagna non ha mai approvato gli accordi di Schengen, limitando la libera circolazione di individui e merci al contesto UE. Dunque sarà importante capire se la permanenza nell’Unione Doganale e nel Mercato Europeo Comune si potrà ottenere, in virtù del potenziale re-innalzamento di costi di transazione che sfavorirebbero soprattutto le esportazioni europee oltremanica, vista la congiunturalità delle clausole, ovviamente meno favorevoli, del Doha Round del Wto.

Inoltre, c’è la questione della “Buona Uscita“. In termini economici, si tratta di definire cosa la Gran Bretagna europea aveva accordato di finanziare in termini di progetti europei, i costi di attuazione della Brexit, nonché i contributi per le pensioni dei funzionari e deputati britannici che fino ad oggi hanno operato tra Bruxelles, Strasburgo e Francoforte. Soldi che Londra non vorrebbe sborsare, ma a quel punto dovrebbe sobbarcarsi i costi dei propri funzionari, nonché obbligare Bruxelles a rivedere un gran numero di politiche che devono essere riprogrammate al ribasso. Senza poi parlare dei denari che non fluirebbero più verso le casse dell’Unione, poiché nei decenni la GB è stata un contribuente creditore, ovvero ha ricevuto in ritorno meno di quanto versato.

Il nodo forse più importante rilevante riguarda la posizione dei mercati finanziari. La City di Londra movimenta il volume di transazioni finanziarie più grande al mondo, con i suoi due listini telematici che detengono anche l’intero pacchetto azionario di Piazza Affari a Milano. Il “ricatto” di Bruxelles nei confronti di Londra risiede proprio nella permanenza dei grandi istituti di intermediazione finanziaria che risiedono nel Regno Unito. Secondo quanto previsto dagli analisti, potrebbero andare persi circa 232mila posti di lavoro che ruotano attorno alla City, con le ricollocazioni dei grandi istituti assicurativi e bancari che avrebbero già trovato nuove sedi, anche alle volte fiscalmente meno costose, come Dublino e Lussemburgo. Un estremo tentativo era stato fatto auspicando la fusione dei mercati finanziari di Londra e Francoforte, mantenendo dunque una sede legale in UE, ma l’Antitrust ha bocciato la manovra denunciando la potenziale creazione di un mercato monopolistico.

A chi fa più paura dunque questo scenario? Il peso delle potenziali ripercussioni economiche su Londra e su tutto il Regno Unito sembrerebbe di primo acchito notevole, quasi proibitivo, ma dal lato di Bruxelles i timori non sono da meno. Le esportazioni italiane in Gran Bretagna sono calate drasticamente nel giro di pochi mesi, mandando in fumo diversi miliardi di euro. Il pericolo andrebbe a toccare anche il mercato dei trasporti, con tutta una questione che ruota attorno al commercio delle tratte aeroportuali e i costi relativi alla rimodulazione degli accordi sugli spazi aerei. A Bruxelles inoltre si teme che la pericolosa instabilità politica britannica, con la traballante alleanza tra Tories e Unionisti, potrebbe condurre ad uno stallo dei negoziati nel bel mezzo delle trattative. Insomma, si teme un flop importante, nel quale, la perdita secca, grava sulla credibilità europea, che nei prossimi mesi affronterà l’altra prova importante delle elezioni tedesche, sulla cui eventuale riconferma di Angela Merkel ruoteranno molte delle future direzioni che Bruxelles deciderà di prendere. L’impressione è che l’UE si trovi ancora in uno stato di paralisi preoccupante, non abbastanza forte da camminare da sola e gestire questi malcontenti.

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