Lo scorso 29 giugno il Senato ha dato via libera al rifinanziamento delle missioni italiane all’estero ma, all’interno del testo approvato da palazzo Madama, è stato confermato uno dei passaggi più controversi facente riferimento ai rapporti con l’Egitto: in particolare, il nostro paese non fornirà più assistenza e mezzi nella manutenzione dei caccia F16 di proprietà dell’aeronautica egiziana.Per approfondire: Hollande, pericolo per il MediterraneoÈ il cosiddetto ‘emendamento Regeni’; con questa misura, Roma di fatto attua una grave ritorsione nei confronti del governo de Il Cairo per via dell’omicidio che lo scorso 25 gennaio ha avuto come vittima Giulio Regeni, ricercatore italiano dell’Università di Cambridge. Un caso ancora non chiarito a livello investigativo, ma che a livello diplomatico continua ad avere importanti strascichi e gravi ripercussioni, come dimostrano le reazioni egiziane che hanno parlano della sospensione immediata di collaborazioni inerenti temi caldi ed importanti, come per esempio quelli riguardanti il contrasto all’immigrazione clandestina.La scelta fatta dal parlamento italiano appare poco opportuna per diverse ragioni; in primo luogo, da un punto di vista strettamente legato alle indagini, le responsabilità del governo egiziano guidato da Al Sisi non sono state dimostrate. Vero che Il Cairo non ha brillato per trasparenza e chiarezza durante tutto l’arco delle indagini e soprattutto nella fase immediatamente successiva al ritrovamento del corpo di Regeni, al tempo stesso però non c’è un atto o un documento che attesti chiare e precise responsabilità dell’Egitto; la tesi secondo cui il ricercatore italiano sia stato ucciso per via dei suoi contatti con alcuni sindacati antigovernativi è solo un’ipotesi che, nonostante sia ritenuta da molti media come la più concreta, essa è suffragata soltanto da deduzioni e testimonianze anonime o non ben chiarite.Ammesso e non concesso poi che Roma voglia agire, da ora in avanti, battendo i pugni sul tavolo a tutti quei paesi che non le offrono collaborazione, allora lo stesso tipo di trattamento riservato all’Egitto di Al Sisi bisognerebbe attuarlo contro la Gran Bretagna; nelle scorse settimane, quando gli investigatori hanno bussato alle porte dell’Università di Cambridge per interrogare professori e colleghi di Giulio Regeni, non hanno ricevuto risposta, con l’istituto che ha preferito non commentare e soprattutto non rispondere alle domande degli inquirenti giunti da Roma, mentre nello stesso momento il governo di Londra nulla ha fatto per obbligare le massime autorità di uno dei suoi più conosciuti istituti di istruzione a collaborare con il governo italiano. Poca trasparenza quindi si è avuta dall’Egitto, ma allo stesso tempo anche dal Regno Unito e da quegli stessi colleghi di Regeni tra i primi a chiedere verità e giustizia per la sua morte.Per approfondire: La verità nascosta nell’Egitto di SisiEcco quindi dove rintracciare il primo errore dell’Italia sulla decisione assunta nei confronti de Il Cairo; Roma, senza prove certe, va ad accusare l’Egitto dell’omicidio di un suo concittadino attuando anche gravi ritorsioni di carattere militare ed economico ma, allo stesso tempo, poco o nulla compie nei confronti dell’altro governo implicato nella vicenda, ossia quello di Londra il quale, tra le altre cose, viene considerato come uno dei più vicini al nostro paese.Oltre a questioni afferenti alle indagini, la scelta del Senato può essere considerata fortemente errata per motivi prettamente strategici e diplomatici; giusto per fare un esempio, quegli F16 che non verranno più riparati a causa delle decisione del parlamento italiano, sono gli stessi che lo scorso anno si sono alzati in volo per bombardare le postazioni dell’ISIS in Cirenaica ed in altre parti della Libia dopo il video tristemente famoso che ha ritratto 26 egiziani decapitati in una spiaggia dell’ex paese di Gheddafi.L’Egitto, tra i suoi pro e contro, è comunque un argine contro il terrorismo nella regione ed è avamposto contro l’avanzata dell’estremismo islamico e dei movimenti di matrice radicale in tutto il Nord Africa; il governo di Al Sisi in questi quasi tre anni di potere, non ha brillato per democrazia e limpidezza nella gestione del paese, ma al tempo stesso è anche uno degli esecutivi meno ambigui nella lotta al radicalismo, impegnandosi in un contrasto senza quartiere contro cellule terroristiche e contro la formazione dei Fratelli Musulmani, mandata a casa da una protesta popolare nel luglio 2013 ed accusata di curare interessi meramente occidentali e di voler sovvertire l’impianto laico dello stato. In tal senso, l’Egitto ha pianto già numerosi morti tra militari e civili in queste importanti lotte, specialmente nel Sinai dove sin dai tempi di Mubarack le formazioni più radicali riescono a sfruttare le peculiarità impervie del territorio per sfuggire al controllo del governo centrale.Tenere ben saldi i ponti con l’Egitto è quindi molto importante, specie per l’Italia che con il paese delle Piramidi condivide il Mediterraneo; è importante da un punto di vista economico, è importante da un punto di vista commerciale, ma è importante anche sui vari fronti che costituiscono comuni interessi e comuni problemi per i due paesi, a partire dal contrasto all’immigrazione clandestina, così come per quanto riguarda poi la spinosa vicenda della questione libica, per la quale il governo di Al Sisi rappresenta uno dei pochi attori internazionali in grado di poter recitare un ruolo significativo per la stabilizzazione del paese.Invocare la verità sulla morte di un connazionale avvenuta con modalità brutali all’estero, è certamente fondamentale e sacrosanto; ma al tempo stesso, è bene muoversi con criterio e razionalità e non invece con reazioni dettate più dall’emozione e dall’onda mediatica che da altro: l’Italia si sta rendendo responsabile del raffreddamento delle relazioni con un paese molto importante nel contesto mediorientale e Mediterraneo ed il tutto per delle supposizioni non provate, attuando al tempo stesso un tipo di comportamento diverso con un altro governo parzialmente implicato nella vicenda Regeni, ossia quello di Londra. Una miopia ed un’ambiguità geopolitica ed istituzionale, che Roma in futuro potrebbe pagar caro e che, tra le altre cose, rischia di avvantaggiare altri governi (a partire da quello francese) che in Egitto così come in tutto lo scacchiere nordafricano hanno interesse a fare dell’Italia un piccolo attore di secondo piano.

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