Era il settembre 1999 e la Russia veniva colpiva da una serie di attentati sanguinosi, da Mosca a Volgograd, da parte di gruppi terroristici legati all’insurgenza cecena e dagestana. Quei 293 morti e oltre 1000 feriti avrebbero sancito l’inizio definitivo della seconda guerra cecena, conclusasi con la vittoria di Mosca e con l’insediamento al potere della dinastia Kadyrov.

Da quando il conflitto è terminato, Ramzan Kadyrov, l’attuale presidente della Cecenia, che vanta un’amicizia personale con Vladimir Putin, si è prima focalizzato sulla ricostruzione del paese e sul debellamento delle ultime sacche di resistenza legate al separatismo e all’integralismo religioso caucasico e, infine, negli ultimi anni, ha iniziato a dedicarsi ad un nuovo obiettivo, molto ambizioso: l’espansione dell’influenza e la proiezione di potere della piccola repubblica autonoma nel vicinato nordcaucasico e in Europa.

Gli esuli ceceni in Europa nel mirino

Lille (Francia), 30 giugno. Imran Alyev, un blogger ceceno che nel 2012 aveva ottenuto l’asilo politico dopo essere fuggito da Grozny a causa dei suoi dissapori con Kadyrov, viene ucciso con 135 coltellate da parte di uno sconosciuto. Viene identificato un sospetto, ma troppo tardi: un aereo l’ha riportato a casa, in Cecenia, il giorno dopo il fatto.

Polonia, 26 febbraio. Tumso Abdurakhmanov, esule ceceno che vive in incognito, in una città sconosciuta del paese, per ragioni di sicurezza, viene ricoverato in ospedale dopo essere sfuggito ad un tentativo di assassinio. Nella notte, qualcuno aveva fatto irruzione in casa sua, approfittando del fatto che stesse dormendo, tentando di ucciderlo a colpi di martello. Ne scaturisce una violenta colluttazione e Abdurakhmanov riesce a fuggire. In seguito, attraverso un video pubblicato sui social network, denuncia di essere stato aggredito da un agente inviato da Grozny.

La situazione di Abdurakhmanov è più complicata rispetto a quella di Alyev. Classe 1985, formatosi come ingegnere, nel 2015 assume un incarico dirigenziale presso l’azienda fornitrice di elettricità in Cecenia, la Elektrosvyaz, ma pochi mesi dopo la sua carriera viene interrotta per via di un incidente stradale che lo vede contrapposto ad un parente di Kadyrov. Il giovane denuncia di essere stato sequestrato e minacciato di morte, perciò fugge dapprima in Georgia, dove gli viene rifiutata la richiesta di asilo, e poi in Polonia, dove riceve lo stesso rifiuto, due volte, ma ottiene comunque di poter restare nel paese.

Dalla Polonia, Abdurakhmanov gestisce due canali YouTube, che contano oltre 200mila iscritti, nei quali denuncia lo stato di polizia che Kadyrov avrebbe realizzato nella repubblica cecena. Nel frattempo, l’incidente stradale si trasforma in un fascicolo giudiziario di natura radicalmente diversa: l’ingegnere reinventatosi blogger viene a sapere da Grozny che è ricercato per terrorismo, perché ci sarebbero prove della sua appartenenza allo Stato Islamico e di una sua permanenza in Siria per combattere in prima linea.

Ma la lista di ceceni fuggiti in Europa che sono stati assassinati, o presi di mira da tentativi di omicidio, è molto più lunga. Il 13 gennaio 2009, ad esempio, a Vienna fu ucciso Umar Israilov, ex guardia del corpo di Kadyrov, in un agguato con arma da fuoco.

La cecenizzazione del Caucaso

Il Caucaso settentrionale è in fermento e la ragione, ancora una volta, si trova a Grozny. Oggi, però, non si tratta di terrorismo e minacce separatiste che gravano sull’integrità territoriale della federazione russa, ma delle ambizioni espansionistiche di Kadyrov nel Caucaso settentrionale a detrimento di Dagestan e Inguscezia. In entrambe le repubbliche, anch’esse con lunghi trascorsi di sanguinosa insurgenza alle spalle, si trovano delle cospicue comunità di ceceni il cui attivismo antagonistico ha rotto la fragile pax sociale, trasformando la convivenza in conflitto.

L’Inguscezia è stato luogo di tumulti inter-etnici nel settembre 2018, dopo che un accordo di ri-spartizione territoriale a danno della stessa è stato raggiunto dall’allora governatore Yunus-Bek Yevkurov con l’omologo ceceno. Gli scontri sono andati avanti in maniera intermittente per mesi, fino all’estate dello scorso anno, quando poi dal Cremlino è arrivato l’ordine di intervenire, onde evitare che potessero degenerare. Le autorità locali, con il sostegno di forze arrivate da Mosca, hanno quindi arrestato i leader dei movimenti di protesta, placando le mobilitazioni ma senza addormentare il malcontento.

La decisione del Cremlino ha avuto l’effetto di ridurre l’escalation a livello sociale ma di fratturare il panorama politico, divisosi in due fazioni: una favorevole all’accordo con la Cecenia e alla repressione delle proteste, una nazionalista e vicina ai manifestanti. Proprio quest’ultima fazione potrebbe essere fonte di ulteriore destabilizzazione, come palesato da due eventi: l’invio in ottobre di una missione diplomatica a Mosca per chiedere la fine della pratica di inviare ufficiali provenienti da altre repubbliche per sedare le proteste, il lancio di una petizione in dicembre per chiedere il rilascio degli arrestati.

Questioni territoriali sono anche alla base di contenziosi e tensioni crescenti con il Dagestan. Il 23 febbraio, una marcia composta da almeno 10mila persone per commemorare le deportazioni staliniane, che avrebbe dovuto essere un momento di solidarietà fra dagestani e ceceni, ha rafforzato la polarizzazione fra le due etnie. Gli attivisti ceceni hanno sfruttato l’occasione per chiedere, nuovamente, la restaurazione di un distretto autonomo all’interno della repubblica, abolito da Stalin durante la seconda guerra mondiale.

La comunità cecena del Dagestan sta aumentando le pressioni sulla classe politica, mobilitandosi nelle piazze, e gode dell’importante supporto della piccola madre patria. Gli attivisti hanno già reso pubblica una scaletta, che li porterà a monopolizzare le strade del capoluogo nei mesi di marzo e aprile, annunciando di essere pronti ad una “mobilitazione permanente” qualora non dovessero ottenere dalle autorità ciò che desiderano.

Il 2019 è stato uno spartiacque per le relazioni ceceno-dagestane. Infatti, la città dagestana di Kizlyar è stato l’epicentro di un contenzioso che ha rischiato di portare ad un conflitto per via dei continui tentativi da parte cecena di spostare illegalmente il confine, arrivando anche a sostituire la segnaletica stradale. Infine, in giugno, il portavoce del parlamento ceceno, Magomed Daudov, aveva minacciato di ricorrere all’utilizzo della forza per risolvere la disputa territoriale, salvo poi optare per aprire un contenzioso presso la Corte Suprema della Russia.

Sia nel caso dell’Inguscezia che nel caso del Dagestan, il Cremlino ha finora parteggiato per la parte cecena, ma si tratta di una presa di posizione che potrebbe rivelarsi controproducente nel tempo. Infatti, mentre le prime due repubbliche hanno accettato la realtà della loro sottomissione permanente alla sovranità di Mosca, la Cecenia continua a manifestare una forte insofferenza verso lo status quo ed agisce, sia nel Caucaso settentrionale che nel resto del mondo, come se fosse un paese indipendente, con una propria politica estera. Il sostegno indefinito e illimitato a Grozny da parte di Mosca potrebbe convincere le élite di Inguscezia e Dagestan a fare un passo indietro, tornando anch’esse a rivalutare la fedeltà al governo centrale.

Il rinnovato protagonismo ceceno è uno dei motivi per cui il nodo della successione presidenziale è tanto importante per Putin, perché sul futuro capo del Cremlino ricadrà l’enorme responsabilità di ereditare il peso del fardello ceceno. Il minimo errore potrebbe comportare la riaccensione di un conflitto sanguinoso che, come si è già visto in passato, è capace di portare il caos fino al cuore della Russia europea, l’asse Mosca-San Pietroburgo.

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