Da almeno due decenni, quando un Paese rischia di avere al proprio interno compromessa la stabilità, è uno spauracchio immediatamente invocato a livello sia mediatico che politico. Il riferimento è alla cosiddetta “balcanizzazione”, oramai vero e proprio sinonimo di frammentazione. Ma perché nei contesti geopolitici si usa questo termine? Qual è la vera peculiarità a cui si vuole alludere? In realtà la frammentazione è solo una parte del concetto, una condizione necessaria ma non risolutiva per riferirsi a un Paese smembrato come “balcanizzato”. Per comprendere meglio il concetto, è bene partire lì da dove tutto si è originato, ossia per l’appunto dai Balcani.

Le guerre nell’ex Jugoslavia

Fino al 1980, buona parte della penisola balcanica era occupata da uno Stato rinforzatosi dopo la seconda guerra mondiale e guidato, dalla fine del conflitto fino all’anno prima citato, dal generale Tito. Alla morte di quest’ultimo, questo Paese formato da cinque repubbliche slave ha iniziato a subire spinte contro il potere centrale. Ciascuna delle etnie che componeva la Jugoslavia cioè, hanno iniziato a chiedere maggiore autonomia da Belgrado, sede del governo federale in mano soprattutto ai serbi. Tutto è partito dal Kosovo, regione a maggioranza albanese interna alla Repubblica serba. Qui le tensioni sono divampate già sul finire degli anni ’80, quando sono stati attuati da parte del potere centrale profondi ridimensionamenti dell’autonomia. Nel 1991 sloveni e croati hanno iniziato a chiedere l’indipendenza delle rispettive repubbliche. Se nel caso della Slovenia la situazione si è risolta con un conflitto di pochi giorni al termine del quale Belgrado ha dovuto riconoscere la nascita del nuovo Stato, in Croazia gli eventi hanno subito preso una piega ben diversa.

É infatti nata una guerra durata ben quattro anni e che ben presto ha coinvolto anche un’altra repubblica federata alla Jugoslavia, ossia la Bosnia. I conflitti sono stati fratricidi tra etnie che pochi anni prima convivevano pacificamente. In Bosnia specialmente, gli scontri hanno coinvolto i bosniaci contro i serbo bosniaci e i croati bosniaci, questi ultimi stanziati nella regione della Erzegovina. Dopo migliaia di vittime e massacri perpetuati da milizie da una parte e dall’altra, nel 1995 si è giunti agli accordi di Dayton in cui di fatto è stato decretato lo smembramento della Jugoslavia. La federazione esisteva oramai soltanto tra Serbia e Montenegro, con il Kosovo che però stava già reclamando il proprio diritto all’indipendenza. La Croazia si è vista riconosciuta quale nazione indipendente, in Bosnia è nata invece la federazione di Bosnia ed Erzegovina, formata da bosniaci, croati e serbi. Poco più a sud, già dal 1991 si era resa autonoma anche l’attuale Macedonia del Nord.

Il frazionamento della Jugoslavia è andato avanti anche negli anni successivi. Nel 1999 le tensioni nel Kosovo hanno raggiunto il culmine con l’intervento Nato nei confronti del governo di Belgrado, al termine del quale la regione a maggioranza albanese è passata sotto il controllo di una forza internazionale sempre a guida Nato. Nel 2008 il governo locale ha proclamato unilateralmente la propria indipendenza, riconosciuta in buona parte della comunità internazionale ma non a livello unanime. Nel 2003 il governo di Belgrado ha invece deciso di togliere ogni riferimento alla Jugoslavia, sancendo la nascita della federazione di Serbia e Montenegro. Nel 2006 tuttavia, un referendum ha decretato l’indipendenza del Montenegro, da allora Stato autonomo.

Cosa si intende per balcanizzazione

Quello che è andato avanti per quasi due decadi dunque, altro non è stato che un lento e doloroso processo di frazionamento di uno Stato che aveva sede nei Balcani. Da qui dunque l’uso del termine balcanizzazione. “In realtà questo termine – ha dichiarato ad InsideOver il ricercatore Francesco Trupia – in geopolitica non ha un esclusivo riferimento alle guerre jugoslave, ma al contesto storico della Penisola balcanica a partire dal XIX secolo quando confini imperiali e nazionali della regione cambiarono con la caduta dell’Impero Ottomano e Austro-Ungarico, lo scoppio delle due stagioni delle guerre balcaniche e l’arrivo del comunismo”. Già in passato altri Paesi federali avevano cessato di esistere o erano stati frazionati in nuovi Stati autonomi. Nel 1991 è stata sciolta l’Unione Sovietica, con la formazione della Csi (Comunità di Stati Indipendenti) e con la Russia che ha ereditato il peso politico e culturale dell’ex federazione. Nel 1993 la Cecoslovacchia si è dissolta, dando vita a due Stati indipendenti: Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma in questi casi si è trattato di processi in primo luogo politici, dove la frammentazione è stata in qualche modo “ordinata”, seppur non priva di tensioni. Nei Balcani tutto è invece arrivato a seguito di eventi in primo luogo culturali, dove le spinte delle singole etnie hanno iniziato a mettere in discussione l’unità della federazione: “La dissoluzione della Jugoslavia – commenta Trupia – fu comunque un processo politico legato a doppio-filo: tra lotte interne e le varie peculiarità delle repubbliche socialiste”. Dopo la morte di Tito, sono sorte televisioni croate, slovene, bosniache, le peculiarità linguistiche, religiose e culturali hanno preso il sopravvento sugli elementi unitari.

“La politica e la retorica sempre più a sfondo etnico – prosegue Trupia – hanno alimentato l’odio tra le varie comunità, fomentando dissidi e a volte violenze disumane nei confronti dell’altro. E tutto ciò non è stato stemperato dalle classi dirigenti, bensì sostenuto per determinati scopi politici e territoriali”. Un processo non terminato con la fine delle guerre e proseguito con un ulteriore frazionamento dell’ex federazione. Al termine di questo travagliato percorso, i Balcani si sono ritrovati divisi in diversi Stati dove l’elemento etnico e settoriale è stato decisivo. Ad ogni etnia, è corrisposto uno Stato indipendente o una provincia autonoma. Un esempio è dato dalla conformazione del nuovo Stato bosniaco sorto con gli accordi di Dayton: la Bosnia è infatti divisa al suo interno in una federazione che comprende l’etnia bosniaca e croata (la Bosnia Erzegovina) e uno Stato federato a maggioranza serba (la Repubblica Srpska). I Balcani si sono quindi trasformati in una penisola dove ogni etnia ha rivendicato e ottenuto un proprio spazio politico.

Per questo la balcanizzazione è un concetto che va al di là del semplice scioglimento di una federazione. Si tratta di un processo a metà tra la frammentazione e il fallimento di uno Stato. Il termine viene adesso usato lì dove appaiono molto forti, a causa di conflitti o di tensioni etniche, le spinte separatiste volte a frammentare una determinata entità federale o Statale. Non a caso di recente si è parlato di “balcanizzazione” dell’Etiopia allo scoppio della guerra nel Tigrai: l’Etiopia, federazione composta da nove Stati a loro volta rappresentanti di altrettanti entità etniche, ha rischiato e rischia ancora oggi uno smembramento violento su base etnica. Sono diversi i contesti in cui negli anni, propriamente o impropriamente, si è fatto riferimento al termine balcanizzazione.

Perché spesso si sbaglia nel parlare di balcanizzazione

“Citare tutti quei fenomeni sotto la dicitura “balcanizzazione” rimane, a decenni di distanza dalle guerre jugoslave, assai deleterio per vari motivi”.  É questa la conclusione che il ricercatore Francesco Trupia, il quale per anni ha lavorato nella regione, è pervenuto analizzando l’uso che oggi spesso si fa del termine: “Purtroppo – spiega ancora Trupia – la stessa regione dei Balcani continua a essere stigmatizzata per via dell’utilizzo di questo termine in altri scenari geopolitici. Nonostante i Balcani occidentali rimangono insabbiati in alcune criticità endemiche, il termine “balcanizzazione” stigmatizza una regione ancor oggi vittima di se stessa. Il termine stesso rievoca immagini di violenze etniche, arretratezza culturale etc, continuando a perpetuarne tutte le sue negatività e non osservando correttamente i tanti e vari processi di ricostruzione e rinascita”.

“Le difficoltà vi sono – prosegue Trupia – ma non posso essere definite come una conseguenza diretta ed esclusiva della “balcanizzazione”. Inoltre, usare questo paradigma per eventi di destabilizzazione politiche in Catalonia così come in Scozia, o in Ucraina e in Etiopia, conduce verso una banalizzazione delle varie situazioni. Se solo analizzassimo questi scenario politici citati, vedremo subito che la connessione con i Balcani è sono il risultato di un semplice etichetta su tematiche e dinamiche che poco hanno da spartire coi Balcani stessi, ma le cui unicità vengono di fatto confuse e poco legate alle vicissitudini politiche sul piano nazionale e soprattutto internazionale”.

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