Di lui conosciamo-quasi-tutto: sostenitore de “La Francia ai francesi”, nostalgico del gollismo, conservatore su Islam e immigrazione, tendenzialmente misogino. Eric Zemmour è un po’ Trump, un po’ Bonaparte, un po’ Reverendo Falwell. Un po’ meno sappiamo dei suoi sostenitori, che sfuggono alle tradizionali dicotomie destra/sinistra e che promettono di dare filo da torcere ai partiti tradizionali alle prossime elezioni.

I follower mediatici

Zemmour buca lo schermo, è l’incumbent che divide, che spacca, che galvanizza, forte di una vita immersa nel giornalismo e nella comunicazione. Zemmour, per questa ragione, è potenzialmente un candidato pigliatutti: il suo seguito, o meglio, i suoi followers, è un corpo trasversale per età e professione. Studenti, pensionati e imprenditori sono affascinati dall’uomo che piace perché “non piace agli altri”, come tuona Le Monde, ma che soprattutto negli ultimi trent’anni “non si è comportato da banderuola”: così recitano i suoi sostenitori armati di tricolore, accorsi ad acclamarlo domenica 5 dicembre alla sua prima riunione dei candidati a Villepinte. Buona parte di quelli che oggi si dichiarano pronti a seguirlo attingono motivazione e spinta dal mondo dei social e del giornalismo strillato al quale Zemmour appartiene da tempo.

La Francia spaventata dall’Islam, quella “declinista” e tradizionalista

Spinge sui temi caldi, corre sul filo del politicamente scorretto, soffia sulle debolezze della Francia e sui timori di chi è terrorizzato per via di anni di attentati di matrice islamica continui, alcuni ben orchestrati, altri casi isolati. I sostenitori di Zemmour sono quelli spaventati dagli ultimi venti anni, dai fatti del Bataclan come dalla strage di Charlie Hebdo. Sono quelli che temono l’assenza dello stato nelle banlieu e che si battono contro il velo islamico. Ma sono anche i nostalgici del tempo che fu: i giovani, per quel tempo di Bengodi mai assaporato, i più anziani per quell’Eldorado perduto in fatto di potenza economica e ruolo nelle relazioni internazionali. È il popolo declinista, quello che crede che serva più spirito nazionale per riprendersi quell’onore e rispetto di cui godeva Parigi ai tempi della Guerra Fredda.

Ma il popolo di Zemmour è anche quello che propaganda la famiglia tradizionale, facendo appello all’atavica divisione tra generi: era il 2006 quando nel suo libro The First Sex egli denunciava “la femminilizzazione della società”. Da questo punto di vista raccoglie la visione tradizionale della società francese, quella legata alla quiete della grande Francia borghese che Philippe de Chauveron nel 2014 raccontò magistralmente nella commedia Qu’est ce-qu’on a fait au bon Dieu?.

Ultradestra? Populisti?

Davvero complesso è comprendere da quale parte dello spettro politico provenga Zemmour. Certamente di destra, ultradestra, sembra però cozzare con i valori centristi e moderati.

Gli elettori della destra aspettano da tempo uno come lui su questioni come immigrazione, giustizia e sicurezza. Eppure, definire di ultradestra i sostenitori di Zemmour resta analiticamente inesatto. Zemmour, come individuo, non ha mai fatto campagne di estrema destra, non è mai stato un membro del Fronte nazionale, si definisce gollista, ergo fa appello a valori largamente diffusi in Francia, ispirandosi a uno dei padri della Nazione. Non bisogna dimenticare, nel considerarne il seguito attuale ed eventuale, le origini ebraiche di Zemmour e quanto questo potrebbe incidere sul seguito da parte di gruppi antisemiti, neonazisti o neofascisti: al momento il candidato non sembra impegnarsi troppo a proposito delle sue ascendenze, che non sembrano trasformarsi in strumento elettorale. Eppure, come sostiene il filosofo Bernard-Henri Lévy, ciò è diventato irrilevante. Nonostante le rigorose critiche della comunità ebraica, “ciò che fa il signor Zemmour, che gli piaccia o no, [è] nel nome ebraico”.

Alla luce di tutto questo, politologicamente, si può affermare che-per il momento- il seguito di Zemmour sia populismo di ultradestra con argomenti abbastanza stereotipati, riconducibili al modello del contemporaneo partito populista. Fra i suoi sostenitori, infatti, è palese il popolo scontento della destra tradizionale, che vede Marine Le Pen perdere elettori a causa dopo che il suo partito non è riuscito ripetutamente a conquistare il potere. Il popolo di Zemmour attacca la casta, i poteri forti, vuole giustizia perché si sente frodato del futuro.

…nemmeno sovranisti

Tendenzialmente, sull’Unione europea il seguito di Zemmour appare poco informato e le questioni europee, infatti, entrano poco nel discorso politico: non si tratta di sovranisti contemporanei, poiché la critica principale è indirizzata a una Francia perduta che deve tornare a splendere. Né tantomeno si tratta di suprematisti in stile americano, sebbene sposino i temi della stretta sull’immigrazione e della lotta all’Islam. Nella massa multiforme di questo futuro elettorato, del quale non sappiamo prevedere le mosse e il peso politico, c’è anche una buona dose di imprecisione e di ignoranza storica del loro beniamino che spesso si è macchiato di confuse ricostruzioni storiche come quando sostenne, falsamente, che il governo francese di Vichy, che in tempo di guerra collaborò con la Germania nazista, mise in salvo gli ebrei; ma Zemmour è anche un sostenitore esplicito della teoria complottista della «grande sostituzione», alla quale-secondo un sondaggio del novembre scorso- crede circa la metà dei francesi: di certo non tutti elettori di destra o attuali suoi sostenitori.

La carta potenzialmente vincente

A suo modo Zemmour, galvanizza non solo i suoi lettori-vecchi e nuovi-, non flirta (almeno alla luce del sole) con l’alt-right made en France, ma cerca di usare il cospirazionismo e l’antico, confuso, mito della Francia bonapartiana per attirare a sé porzioni della società reiette, desiderose di autoritarismo, che rifiutano il gauchismo post-Sessantotto e che giudicano la destra come venduta e annacquata.

Ha una carta, in più, però, Zemmour. E questo, per assurdo, può attirargli simpatie di immigrati di vecchie generazioni: le origini ebraiche, una consorte tunisina, i tratti somatici magrebini, non solo lo mettono al riparo dall’accusa di razzismo, ma lo rendono potenzialmente vincente presso sacche della società insospettabili. Proprio come accadde per Donald Trump, all’epoca scambiato per una gigantesca bolla mediatica e nulla di più.

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