Location diversa, scene già viste, intorno al mondo, ma soprattutto più su, a Washington. In Brasile migliaia di sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro hanno assaltato i palazzi del potere nella serata di ieri. Le immagini giunte dalla capitale Brasilia sono impressionanti e hanno ricordato a tutti quelle dell’assalto al Campidoglio negli Stati Uniti, avvenuto esattamente due anni fa.

Torna la calma a Brasilia

La folla è riuscita a irrompere nel Parlamento sfondando i cordoni di sicurezza e devastando gli arredi. I rivoltosi hanno assaltato anche il palazzo presidenziale e la sede del Tribunale Supremo Federale che si trovano a due passi. Numerosi video girati dagli stessi manifestanti autodenunciandosi, pubblicati sui sociali e ripresi dai media, un’aula del Senato vandalizzata. All’esterno una marea umana con la maglietta della nazionale di calcio o una bandiera nazionale sulle spalle.

Una situazione di calma apparente quella che si respira ora a Brasilia, dopo che la polizia ha sgomberato il Congresso, la Corte Suprema e il palazzo presidenziale di Planalto dopo l’assalto dei manifestanti che si rifiutano di riconoscere l’elezione del presidente Luiz Inacio Lula da Silva, sostenendo che la consultazione sarebbe stata viziata da alcuni brogli. Almeno 400 le persone arrestate per avere preso d’assalto alcuni edifici governativi. Intanto, il giudice della Corte Suprema brasiliana, Alexandre de Moraes, ha rimosso per 90 giorni il governatore della regione di Brasilia, Ibaneis Rocha, il quale dopo i disordini aveva detto che i facinorosi “pagheranno per i crimini commessi. Continuiamo a lavorare per ristabilire l’ordine”. Sui gravi fatti di quella che è stata una domenica di follia, è intervenuto anche l’ex presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, negando la propria presunta paternità politica dei fatti.

L’identikit del bolsonarista

Ma chi sono questi ultras del bolsonarismo che non accettano l’esito elettorale? Cosa chiedono? Disperati? Disagiati? Supporter politici? Violenti ultranazionalisti? Riottosi al soldo della politica che non si arrende alle liturgie democratiche?

Il movimento populista di Bolsonaro ha fatto affidamento a lungo su sostenitori radicali e altamente mobilitati che si presentano in gran numero a manifestazioni ed eventi: non si tratta di sprovveduti, dunque. Sono stati un pilastro della sua presidenza tra il 2019 e lo scorso anno e hanno anche protestato in gran numero dopo la sua sconfitta contro Lula alle elezioni di ottobre. Nei giorni successivi al voto, molti camionisti pro-Bolsonaro hanno bloccato le autostrade in tutto il Paese, attentando alle catene di approvvigionamento e costringendo alla chiusura del principale aeroporto internazionale del Brasile. Questi sostenitori della linea dura sono cristiani nazionalisti, socialmente conservatori e spesso evangelici. Accusano Lula e il suo Partito dei Lavoratori di essere corrotti e contrari ai valori della famiglia, affermando e lanciano costantemente l'”allarme socialismo” in Brasile.

Altamente mobilitati, tuttavia, non vuol dire organizzati. Sebbene Bolsonaro sia stato attento a non mettere in discussione apertamente i risultati elettorali nei giorni successivi al ballottaggio, i suoi sostenitori affermano che il voto sia stato truccato. Accusano anche i massimi giudici di mostrare pregiudizi politici a favore di Lula e etichettano come censura la stretta giudiziaria sulla disinformazione sui social media.

Dopo le elezioni, centinaia si sono accampati fuori dalle basi militari in tutto il Paese, chiedendo l’intervento delle forze armate per impedire la presidenza di Lula. Una grande differenza segna il passo con i fatti di Capitol Hill: nonostante le somiglianze abnormi tra gli eventi di domenica e l’invasione del Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio nel 2021, i rivoltosi a Washington miravano a impedire la certificazione di Joe Biden come presidente, mentre Lula è già stato confermato come capo di Stato del suo Paese. Il Congresso di Brasilia non era in sessione e la Corte Suprema e il palazzo presidenziale non erano occupati quando furono presi d’assalto. Anche se l’assalto di queste ore mirava a creare tensione senza un obiettivo pratico chiaramente definito (provocare uno stato di emergenza?), lascia grandi interrogativi sulla tenuta democratica del più grande Paese dell’America latina, nonché di una delle economie più importanti del mondo.

Il Bolsonaro del 2018 e del 2022

Nel 2018, alcuni elettori guardavano a Bolsonaro come una rottura con il passato, un candidato del cambiamento che aveva promesso di reprimere il crimine e sradicare la corruzione. Dopo un suo mandato tormentato, passando per una pandemia mal gestita e le sue gravi ricadute economiche, Bolsonaro ha sempre mantenuto una base centrale – evangelici e militari tra loro – che è in gran parte incrollabile. Non importa cosa faccia o dica, loro gli restano fedelissimi. Ma poichè Bolsonaro si è assicurato circa il 43% dei voti al primo turno delle elezioni, significa che anche persone al di fuori di questa base lo hanno sostenuto con forza. La tradizionale base di appoggio di Lula, nel nord-est e tra gli elettori poveri e della classe operaia, invece, si è espansa fino a diventare una coalizione di “tutti coloro che sono contro Bolsonaro”, inceppando questo meccanismo e creando, ancora una volta, un meccanismo molto simile a quello del moribondo trumpismo. Bolsonaro aveva vinto la campagna elettorale presidenziale del 2018 come nazionalista di destra e socialmente conservatore. Ha promesso di affrontare la criminalità e la corruzione e di stimolare la crescita economica. Tuttavia, il suo mandato ha comportato molte decisioni controverse, tra cui il taglio dei fondi per l’istruzione federale, l’allentamento delle leggi sulla proprietà delle armi e l’indebolimento di LGBTQ + e dei diritti riproduttivi. Ha anche attirato critiche internazionali per il suo trattamento delle comunità indigene e della foresta pluviale amazzonica, nonché per la sua gestione della pandemia di COVID-19, che ha ucciso più di 687.000 persone in Brasile.

Quattro anni dopo, la sua campagna di rielezione ha enfatizzato la sua piattaforma socialmente conservatrice, inclusa la sua opposizione all’aborto, ai diritti dei transgender, alle droghe legalizzate e alle restrizioni alla libertà di religione e di parola. Un candidato che si è posizionato come candidato favorevole alle imprese, sostenendo un’economia di mercato più aperta e la privatizzazione delle società statali. L’iconografia internazionale del Brasile, promossa dall’ex presidente non è avulsa dai fatti di queste ore. Rompendo con la maggior parte dei suoi predecessori, Bolsonaro ha abbracciato la retorica antiglobalista e ha accusato le istituzioni internazionali di mettere a repentaglio la sovranità del Brasile. Ha allontanato il Paese dalle Nazioni Unite e ha minacciato di ritirarsi dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Accordo di Parigi sul clima, pompando in patria l’idea di un Brasile che torni agli splendori del passato, autoproclamandosi patrono di un’identità nazionale che possa proteggere i suoi cittadini dagli assalti della contemporaneità.

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