Quando scoppiava una crisi che riguardava Israele, il suo cellulare iniziava a squillare. Dall’occidente, e anche dall’Italia, arrivavano decine di chiamate per ascoltare il suo parere. Ma anche in patria, soprattutto negli ambienti più vicini alla sinistra israeliana, la sua parola veniva vista come importante per comprendere quanto stava accadendo. Abraham Yehoshua, spentosi nelle scorse ore all’età di 85 anni, ha così rappresentato una delle voci più ascoltate del medio oriente e non solo. Drammaturgo e scrittore, le sue opere hanno dato un impulso decisivo alla formazione di una moderna letteratura israeliana e sono state tradotte in tante lingue in tutto il mondo. Da tempo era malato, dal 2016 era rimasto vedovo dopo la morte della moglie sposata 50 anni prima. Diceva, nelle ultime interviste, di attendere la morte serenamente.

Una voce ascoltata

Abraham Yehoshua è nato a Gerusalemme il 9 dicembre 1936 da una famiglia ebraica sefardita. Aveva quindi 12 anni quando è nato lo Stato ebraico, quindi la sua adolescenza, la sua formazione e la sua crescita sono avvenute già all’interno di Israele. Per questo forse negli anni è stato poi ascoltato e visto come un profondo conoscitore non solo del mondo ebraico, ma anche delle tante complesse dinamiche interne allo Stato israeliano. Un Paese che ha servito come soldato durante la crisi del 1956, quando l’esercito guidato da Moshe Dayan aveva provvisoriamente occupato il Sinai. Successivamente Yehoshua si è dedicato unicamente agli studi. Laureatosi in Letteratura ebraica e Filosofia all’Università Ebraica di Gerusalemme, ha proseguito poi la sua formazione anche all’estero. In particolare, dal 1963 al 1967, è stato a Parigi dove ha iniziato anche a insegnare. Ed è qui che il suo nome è entrato tra quelli internazionalmente più conosciuti nel mondo della letteratura.

Infatti, dopo aver scritto diverse opere teatrali, nel 1962 ha esordito con la sua prima raccolta di racconti, intitolata “La morte del Vecchio“. I suoi scritti penetravano a fondo nella psiche dei protagonisti. Ma oltre che per la sua attività letteraria, la quale gli è valsa più volte la candidatura al Nobel, Yehoshua si è fatto apprezzare per il suo pensiero. Del mondo ebraico ha apprezzato tanto la sua tradizione, ma nei suoi scritti e nelle sue dichiarazioni spesso ne ha enfatizzato anche quei tratti ritenuti più complessi. Il suo equilibrio nel rivendicare l’appartenenza a una tradizione come quella ebraica, condito dalle critiche lanciate spesso verso il suo stesso mondo, ne hanno fatto un riferimento. Una voce ascoltata per l’appunto, un uomo che, insieme ad Amos Oz e David Grossman è diventato tra i più importanti esponenti del pensiero ebraico ed israeliano.

La soluzione dei due Stati

Ha vissuto poi per anni assieme alla moglie Rivka a Tel Aviv. La capitale economica e culturale del Paese, da cui ha potuto trarre molto spunto per il suo pensiero e i suoi racconti. Di certo, ciò che rimane di Yehoshua è anche l’aver sostenuto la teoria dei “due Stati, due popoli”. Secondo lo scrittore, anche i palestinesi avevano diritto a un loro Stato, a una loro nazione. Più volte ha criticato le maniere forti usate dai governi israeliani nei territori occupati. Al tempo stesso, come rilevato sul Corriere della Sera, Yehoshua ha parlato di “eccesso di memoria” degli stessi palestinesi, ritenuti “ossessionati” dal volere il risarcimento per quanto tolto nel 1948. Un eccesso di memoria rilevato anche sul versante israeliano. Per questo amava dire che “l’eccesso di memoria innalza barriere”.

Anche negli ultimi anni si è battuto per una soluzione equilibrata tra i due popoli, per un dialogo che non tenga più conto di rivalse e vendette reciproche. Ed è anche per questo che dall’Europa partivano chiamate verso il suo cellulare alla prima avvisaglia di crisi. Israele, e il mondo, hanno oggi perso una voce libera, capace di criticare e rimanere sempre obiettivo e lucido in ogni suo pensiero.

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