Mai come in queste midterm 2022 i numeri contano relativamente. Man mano che il crivello elettorale passa sulla notte americana appena trascorsa, negli Usa e fuori dal Paese si attestano una serie di vittorie e di sconfitte collaterali.

Perso: Donald Trump

Le cose per The Donald si mettono piuttosto male. Nessuno tsunami rosso, se non quello del nemico di partito Ron DeSantis, al quale “dimentica” perfino di fare le congratulazioni. Se con una vittoria schiacciante l’ex presidente avrebbe potuto intestarsi un credito da parte del Gop, quest’ultimo sembra ora trovare nelle midterm la ragione sufficiente per liberarsi definitivamente dello scomodo magnate. Sono molteplici gli indizi che portano pensare a una volontà dei Repubblicani di sancire il divorzio con Trump per non farsi travolgere dai guai personali e dalle lagnanze di quest’ultimo.

Del resto, se queste tendenze di voto dovessero confermarsi, una sfida tra Biden e Trump nel 2024 potrebbe tradursi in una sconfitta per i Repubblicani, che pagherebbero a lungo questa genuflessione all’ingombrante maagnate.

L’ex presdiente Donald Trump (Foto: EPA/JIM LO SCALZO)

Vinto: Joe Biden

In pochi avrebbero scommesso su una “non vittoria” così “vincente” per i dem. Forse non ci credevano nemmeno più, avendolo perfino costretto a una sorta di cattività washingtoniana mentre le vecchie star come Barack Obama e Bill Clinton correvano ad improvvisarsi imbonitori per salvare il salvabile.

Il primo dei due c’è riuscito in pieno: il refrain del democracy is on the ballot sembra aver avuto l’effetto sperato, che ora diventa un prezioso cammeo nelle mani di Biden, ancora all’oscuro dei suoi margini di manovra nei prossimi 24 mesi. Sta di fatto che i dem ora si sono riguadagnati una certa credibilità sul campo e hanno intenzione di sfruttarla in vista del 2024: Biden potrà, a ragion veduta, intestarsi questo successo e usarlo come cambiale per un’altra corsa alla Casa Bianca.

Il presidente Joe Biden (foto: EPA/MICHAEL REYNOLDS)

Vinto: Ron DeSantis

Buone nuove potrebbero presto arrivare dall’uomo che incarna il dopo-Trump nel Gop e che ha espugnato trionfalmente La Florida, “rifugio di sanità mentale quando il mondo è impazzito”, a suo dire. Nel caso del governatore italo-americano, l’effetto “Desantimonius” potrebbe essere il propulsore di quest’ultimo verso la corsa per il 2024 e una strada addirittura spianata nel Gop, qualora Trump fosse estromesso dalla gara.

Nei sondaggi sempre più Repubblicani hanno affermato di fidarsi di Ron DeSantis più di quanto si fidino di Trump per tracciare il percorso del partito in futuro. Inoltre, un numero crescente di Repubblicani afferma che Trump non sarà il candidato presidenziale 2024 per il partito. La base lo vuole, il partito anche, i voti lo confermano: what else?

Il governatore della Florida Ron DeSantis

Perso: “Il referendum sulla Casa Bianca”

Un altra previsione che fallisce, clamorosamente, visto e considerato che si tratta di una regola non scritta delle midterm. L’analisi del voto, però, dovrà essere sgranata ancora per molte settimane per comprendere tutte le variabili di questa risultante. Un dato però emerge chiaro fra tutti: gli Americani non hanno agito da soldatini rossi o blu ma da cittadini, votando ciò che gli sta più a cuore.

Gli exit poll hanno mostrato come la maggioranza degli elettori, pur avendo una visione pro o contro i big di partito, ha preferito il voto “personale”: ha vinto la propria visione d’America dettata dalle esigenze e dal sentimento interiore. Per qualcuno quel “personale” ha riguardato le bollette o la cena da mettere in tavola, per qualcun’altro la libertà di parola o il diritto all’aborto. “Il personale è politico“, disse qualcuno.

Elettori a Las Vegas, Nevada, (Foto: EPA/CAROLINE BREHMAN)

Perso: la leadership dei partiti

Gli strateghi di partito, al di là del numero dei loro seggi, hanno mostrato una cecità senza precedenti. Nel Gop ci si è arroccati nella difesa a oltranza di Trump, investendo tempo, denaro ed energie nei suoi beniamini e facendosi fagocitare dai suoi guai giudiziari, bollando come eretici gli anti-trumpiani come Cheney e McConnell. Se nel 2016 il trumpismo aveva fornito delle risposte all’America profonda, sei anni dopo il ritornello MAGA non poteva bastare: agli Americani serviva molto di più che gli sberleffi all’anziano Biden.

Cullatisi sugli allori anche i dem, con ritardi clamorosi nel comprendere dove fosse il terreno da strappare agli avversari. Abbandonata la working class nelle aree arcigne del Paese, ne hanno sottovalutato umori e malumori preferendo investire su una versione patinata di se stessi, senza cogliere le richieste provenienti da capicorrente come Bernie Sanders, portavoce di aree del Paese insidiate dal MAGA pensiero.

Il leader dem al Senato Chuck Schumer
(Foto: EPA/SARAH YENESEL)
Il leader del Gop al senato Mitch McConnell
(Foto: EPA/MICHAEL REYNOLDS)

Vinto: la Gen Z

La firma sulla mancata red wave pare sia tutta loro. La retorica del sogno e della “democrazia in pericolo”, oltre all’appello a rifuggire dall’astensionismo, pare siano riusciti a galvanizzare i giovani elettori e mobilitare la loro base. I giovani della Generazione Z e gli ultimi Millennials avrebbero fermato l’”onda rossa” repubblicana. Questo emerge da numerosi exit poll da cui si evince che gli elettori tra i 18 e 29 anni che hanno votato per i Democratici sono stati il 28% in più rispetto al recente passato.

A motivarli sarebbero alcuni temi intellettuali come il diritto all’aborto o l’ambiente. Fra loro, vincitore fra i vincitori, il neodeputato venticinquenne Maxwell Frost, attivista anti-armi. “Abbiamo fatto la storia per i cittadini della Florida, per la Gen Z e per tutti coloro che credono che meritiamo un futuro migliore”, ha scritto su Twitter.

Giovani elettori a San Francisco, California, (Foto: EPA/JOHN G. MABANGLO EPA-EFE/JOHN G. MABANGLO)

Perso: il sostegno infinito a Kiev

Se gli Ucraini abbiano da vincere o da perdere da questi risultati è ancora poco chiaro. Troppi indizi fanno pensare che il finanziamento a oltranza delle resistenza ucraina subirà comunque un contraccolpo, sotto il fuoco incrociato di nuove maggioranze, spending review e nuovo isolazionismo. La fine “degli assegni in bianco” promossa da Kevin McCarthy potrebbe essere vicina anche se le variabili restano troppe: i repubblicani della Camera che sono pronti a dirigere i comitati pertinenti alla supervisione di temi scottanti come la guerra, infatti, sono in gran parte falchi che avevano sostenuto la politica di aiuti all’Ucraina. Altri, nel partito, restano comunque riluttanti a voltare le spalle a Zelensky, come Michael McCaul del Texas, big dei repubblicani nella commissione per gli Affari Esteri.

E se da Mosca l’ex presidente russo Dmitry Medvedev guarda ai primi risultati come “la conferma che il mondo a cui è abituato il nonno Biden sta volando via”, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha chiesto agli Stati Uniti di “mantenere un’unità incrollabile” fino a quando “la pace sarà ristabilita” in Ucraina.

Il presdiente ucraino Volodymyr Zelensky (Foto: EPA/SERGEY DOLZHENKO)

In bilico: le speranze cinesi

Anche nel Celeste Impero, forse, abita una certa sorpresa. La Cina auspica che gli Stati trovino la “strada giusta” per andare d’accordo con Pechino, dopo le elezioni di midterm, che il governo cinese sceglie di non commentare in quanto questione interna statunitense. “Ci auguriamo che gli Stati Uniti vengano incontro alla Cina e, sulla base dei principi del rispetto reciproco, della coesistenza pacifica e della cooperazione vantaggiosa per tutti, trovino la strada giusta per Cina e Stati Uniti per andare d’accordo nella nuova era e spingere la relazioni bilaterali a tornare sulla retta via di uno sviluppo sano e stabile”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, in risposta a una richiesta di commento, oltreché sulle elezioni di midterm, sul punto di vista della Cina delle relazioni con Washington dopo la tornata elettorale. 

Difficile capire cosa preferisca Xi Jinping, se il tycoon dell’America first, la sfinge del China second o nessuno dei due?

Il presidente cinese Xi Jinping (Foto: EPA/XINHUA/XIE HUANCHI HANDOUT)

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