La Libia, come ben si sa, è un paese frastagliato e diviso dal 2011. L’uccisione e dunque la caduta di Muhammar Gheddafi segna la fine del paese come entità unitaria e, da allora, non sembra mai arrivato il momento della pace. Le ultime azioni dell’Italia e dell’Onu hanno come obiettivo proprio quello di ricreare le adeguate condizioni per ristabilire la normalità in Libia.

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Ad imporre un tentativo del genere è la consapevolezza comune di non potere ancora per lungo tempo tollerare un vero e proprio “buco nero” nell’area del Mediterraneo. Un errore palese quello compiuto da Europa e Nato nel 2011 di bombardare Gheddafi, a cui soltanto adesso si cerca di dare seria ed adeguata risposta. Passa (anche) per la conferenza di Palermo la possibilità di vedere o meno realizzate le velleità di stabilizzazione della Libia. Ma del paese nordafricano chi verrà in Sicilia? E chi invece risulta escluso? 

Le incognite sulle presenze libiche

Già nei giorni scorsi si è fatto presente che, per poter dare un senso all’appuntamento di Palermo, occorre la presenza dei quattro attori libici più importanti: Hafez Al Sarraj, premier del governo transitorio riconosciuto dall’Onu (e dall’Italia), Khalifa Haftar, generale che con il suo esercito controlla gran parte della Cirenaica, Augila Saleh, presidente del parlamento di Tobruck e, infine, Khaled al-Meshri che ricopre la carica di presidente del Consiglio di Stato. Sono loro che tirano maggiormente le fila nell’intricato puzzle libico. Le loro istituzioni, pur se non tutte riconosciute all’interno ed a livello internazionale, di fatto però sono in carica nelle porzioni di paese che formalmente controllano. Inoltre, sono i quattro leader sopra citati a poter vantare maggiori rapporti internazionali e ad essere dunque in grado di avere un certo peso all’estero. Ma non sono certamente le uniche parti che possono incidere sul futuro della Libia. 

Tra gruppi, fazioni, città Stato e tribù, la galassia libica ha una moltitudine di attori presenti sul campo che appare impossibile poter stendere facilmente un elenco. Ed appare impossibile, allo stesso modo, poter accogliere tutti a Palermo. Nel serrare i ranghi in vista dell’appuntamento siciliano, la diplomazia italiana mette in conto di dover scontentare qualcuno. O perchè serve preservare determinati equilibri, oppure perchè alcune parti anche se importanti localmente non possono incidere significativamente sulle trattative volte a far ritrovare unità alla Libia. Per tal motivo risultano ben presenti ancora delle incognite su chi, tra gli attori considerati “minori”, prenderà parte al summit siciliano. C’è ancora confusione ad esempio per quel che concerne Misurata. La città è forse il vero cuore politico e militare attuale della Tripolitana, ma al suo interno è divisa in 250 fazioni molto diverse tra loro. Si va dai gruppi più moderati e marcatamente politici, a quelli invece islamisti fino alle milizie armate che danno filo da torcere anche nella stessa Tripoli. 

C’è quindi mistero su chi rappresenterà Misurata. Ahmed Maitig ad esempio sarà a Palermo ma senza un invito ufficiale, così come trapela da fonti diplomatiche. In Sicilia sarà all’interno della delegazione di Al Serraj, di cui è il vice, ma visti i rapporti con l’Italia Maitig si sarebbe in realtà aspettato un invito in “quota” Misurata. Del resto lo stesso Haftar lo considera un interlocutore affidabile, in tanti danno a Maitig il ruolo di possibile futuro ago della bilancia. Difficile capire se a Palermo ci sarà Fathi Bishaga, altro misuratino. Da qualche settimana è ministro dell’interno di Al Serraj, ma rappresenta la fazione vicina ai Fratelli Musulmani di Misurata. E ben si conosce l’astio di Haftar verso questa organizzazione, ancora più nota è la divergenza tra la fratellanza ed il presidente egiziano Al Sisi, sponsor di Haftar. Anche per quanto riguarda il sud della Libia le incognite non mancano. Il Fezzan è composto da decine di gruppi etnici e tribali: Tebu, Tuareg, Awlad Suleiman, Qadhadhfa, sono solo alcune delle forze che caratterizzano questa regione, da cui peraltro passano gran parte dei traffici illeciti da e per il Sahel. Difficile anche in questo caso capire chi, da questa porzione di Libia, siederà attorno al tavolo allestito a villa Igiea. 

I malumori di chi è rimasto fuori 

Come detto, già da quando è stato annunciato il vertice sia alla Farnesina che a Palazzo Chigi si è messo in conto di dover “scontentare” qualcuno. C’è chi a Palermo non metterà piede o perchè in disaccordo con altre delegazioni invitate oppure perchè non tenuto in considerazione. E chi non prenderà alcun aereo per la Sicilia si sta già facendo sentire. Ad esempio sui media libici nei giorni scorsi è apparso un documento a firma di dieci partiti politici esclusi dal vertice di Palermo. Nel documento redatto e firmato congiuntamente dalle parti politiche rimaste fuori dall’appuntamento siciliano, si chiede il dietrofront all’Onu, a Tripoli ed alla comunità internazionale. Tra i partiti non invitati, anche quello di Mahmoud Jibril. Un’esclusione giudicata clamorosa, visto che Jibril è stato nel 2011 il primo presidente del consiglio nazionale di transizione già durante la guerra civile contro Gheddafi. 

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Il timore per gli esclusi, più che legato alla non presenza al vertice organizzato dall’Italia, appare essere quello di non essere ammessi alla spartizione della Libia ed ai futuri assetti del paese nordafricano. Malumori quasi fisiologici, di cui però si dovrà tenere conto sia a Palermo che nei prossimi appuntamenti fissati per il percorso da attuare in Libia. 

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