Nel 2013, pochi mesi dopo essere diventato presidente della Cina, Xi Jinping lanciava da Astana, in Kazakhstan, la Belt and Road Initiative (BRI). Grazie ad un mastodontico progetto infrastrutturale e culturale, inserito nel solco storico tracciato dall’antica Via della Seta, Pechino avrebbe iniziato a tessere rapporti sempre più stretti con quanti più Paesi possibili, desiderosi di partecipare al progetto. L’obiettivo finale consisteva nel connettere l’Asia all’Europa e all’Africa mediante molteplici rotte, sia terrestri (ferrovie e autostrade) che marittime (porti).

Decine e decine di governi aderirono così all’iniziativa cinese. Alcuni, come vari Stati africani e asiatici dalle economie più arretrate, mostrarono un comprensibile entusiasmo. La decisione di altri Paesi – è il caso dell’Italia – scatenò invece mille polemiche sulla possibilità che un’eventuale intesa tra la Cina e le nazioni europee potesse offrire vantaggi geopolitici a Pechino, oltre a indebitare i governi firmatari.

Al netto di qualsiasi considerazione, gli scenari sono mutati con lo scoppio della pandemia di Covid-19, esplosa alla fine del 2019. L’emergenza sanitaria ha trasformato la Via della Seta in una sorta di Via della Seta sanitaria, consentendo al Dragone di inviare vaccini e kit medici ai Paesi in difficoltà, ma, in generale, ha congelato accordi e progetti commerciali.

Nelle ultime settimane sono emerse indiscrezioni particolarmente preoccupanti. Uno studio di AidData, un laboratorio di ricerca del College of William and Mary, Stati Uniti, ha evidenziato come un numero crescente di decisori politici nei Paesi a basso e medio reddito stia accantonando i progetti della BRI a causa del loro costo elevato e di preoccupazioni sulla sostenibilità del debito. AidData ha esaminato 13.427 progetti sostenuti dalla Cina in 165 Paesi diversi, spiegando che il loro valore si aggira intorno agli 843 miliardi di dollari, e che i Paesi partecipanti alla BRI avrebbero contratto un debito ombra di 385 miliardi di dollari.

I detrattori della BRI

I detrattori della Nuova Via della Seta sostengono insomma che il progetto lanciato da Xi sia stato un enorme spreco di risorse, e che da questo progetto Pechino abbia ottenuto molto meno di quanto non fossero le aspettative presidenziali.

La BRI continua a restare un progetto fondamentale per la leadership cinese ma, data la necessità di rianimare l’economia travolta dall’emergenza sanitaria, le autorità hanno pensato di dare la precedenza alle questioni interne e ridurre l’impegno economico lungo la Via della Seta.

Il problema principale è che Xi ha legato la sua immagine alla BRI, e che un ipotetico accantonamento di quest’ultima equivarrebbe a cestinare uno dei pilastri chiave dell’agenda del leader cinese.

Pare che ragionamenti del genere siano stati fatti anche oltre la Muraglia, dove il debito accumulato dai governi locali, in aggiunta alle sofferenze rimediate da un discreto numero di banche, ha spinto la Cina a ridimensionare le sue ambizioni. La fastidiosa domanda dei silenziosi detrattori interni della BRI può essere così sintetizzata: perché spendere milioni, se non miliardi, per costruire costose infrastrutture in Paesi poveri correndo il rischio di non ricevere indietro il prestito elargito? Perché non far confluire questo denaro all’interno della Cina?

Qualche settimana prima del XX Congresso del Partito Comunista Cinese Pechino aveva effettivamente lanciato segnali in merito ad una ristrutturazione della Belt and Road in una sorta di Belt and Road 2.0, molto più attenta ai progetti strategici che non a investimenti per realizzare cattedrali nel deserto. Ma Xi Jinping, che guiderà la Cina per almeno altri cinque anni, non deve fare i conti soltanto con gli avversari della BRI. Quelli sono i meno pericolosi e rappresentano soltanto la punta dell’iceberg.



Capro espiatorio

La crescente frustrazione pubblica per la gestione del Covid-19 e dell’economia ha fornito munizioni ai potenziali rivali interni di Xi, ovvero agli stessi personaggi in seno al Partito Comunista Cinese che cercano di controllare il suo potere, assicurandosi che gli alleati del presidente non monopolizzino le nomine di alto livello. Nel caso in cui – come è probabile – Xi riuscisse a circondarsi di funzionari fidati e leali, che la pensano come lui, allora per il leader cinese sarebbe più facile continuare a seguire la propria strada.

C’è però un risvolto della medaglia da considerare. Quanto descritto aumenta la posta in gioco perché se l’agenda di Xi Jinping dovesse fallire, e le cose per la Cina dovessero andare storte, a quel punto il presidente rischierebbe di essere incolpato per quanto avvenuto.

È quanto ha anticipato InsideOver nel novembre 2021. “Le sfide che deve affrontare la Cina – dalla pandemia di Covid-19 al recente fallimento del colosso immobiliare Evergrande – richiedono metodi bruschi. Ma siamo sicuri che nel Pcc siano tutti concordi con il contenuto di questi metodi? Il rischio è che Xi Jinping possa diventare un capro espiatorio nel momento in cui Pechino dovesse iniziare a navigare in mari tempestosi. A quel punto Xi potrebbe essere colpito su due fronti: internamente dal “fuoco amico” di ipotetiche fronde createsi nel cuore del Pcc, ed esternamente dagli sconfitti della globalizzazione con caratteristiche cinesi (funzionari purgati, imprenditori più o meno ricchi, una parte di classe media)”, scrivevamo un anno fa su queste colonne.

Xi Jinping ha senza dubbio importanti sostenitori tra i membri di spicco della leadership del Pcc, ma il presidente non gode (e forse non godrà mai) di una posizione indipendente di cui invece hanno goduto i due citati predecessori. Xi e il Pcc sono una cosa sola, e lo sono da quando il partito ha deciso di imboccare la strada di dare sfoggio di un leader di ferro. Con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso.


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I nemici interni

Foreign Policy ha fatto notare che, nonostante il mandato di Xi Jinping come capo del Partito Comunista Cinese sarà presto esteso all’unanimità da quasi 2.300 delegati dello stesso partito, la base di potere che fonda il suo governo potrebbe in realtà essere molto più piccola di quanto non si possa pensare.

Il motivo è presto detto. Per preservare il proprio potere politico Xi ha intrapreso una strada senza ritorno, facendo infuriare praticamente l’intera élite cinese senza che quella stessa élite potesse far niente al riguardo.

Innanzitutto le campagne anticorruzione di Xi Jinping hanno spezzato il triangolo di ferro esistente tra la burocrazia, l’industria e il mondo accademico, riportando il sistema decisionale all’interno del partito. Ma accanto ai purgati di Xi, e a chi ha perso posizioni di rilievo, troviamo altri nemici interni: i funzionari riformisti, ad esempio. Questi funzionari sono gli stessi che hanno goduto delle riforme di Deng, che vorrebbero che il partito continuasse a seguire la via delle riforme e che, infine, opterebbero volentieri per una riappacificazione con gli Stati Uniti e l’Occidente.

Ci sono poi gli “anziani” del partito, e cioè rappresentanti di fazioni tra loro avverse. Le più importanti sono la cosiddetta fazione di Jiang e quella della Lega della Gioventù Comunista, rispettivamente associate agli ex presidenti Jiang Zemin e Hu Jintao. La tradizione della leadership collettiva degli anziani del partito è stata stabilita sotto Deng, e i suoi successori, Jiang e Hu, non furono in grado di sfuggirvi. Finché questo sistema era in auge, a governare la Cina non era tanto il segretario generale del partito, quanto gli anziani alle sue spalle. Ebbene, Xi ha infranto la tradizione, e le sue campagne anticorruzione sono servite per avvertire gli anziani del partito.

Al di fuori del partito troviamo invece altri oppositori: gli universalisti liberali, gli intellettuali pubblici e gli attivisti per i diritti umani, rappresentati da avvocati per i diritti umani. Per non parlare dei neomaoisti di estrema sinistra, fautori dell’uguaglianza marxista e avversi all’indifferenza mostrata dalle attuali autorità nei confronti delle classi inferiori e degli interessi dei lavoratori. Nei prossimi cinque anni Xi avrà il suo bel da fare per mantenere salda l’armonia sociale della Cina.

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