L’Asia centrale è uno dei teatri principali della competizione tra grandi potenze ed un’arena geopolitica di rilevanza nodale per Russia e Cina, i cui sogni di egemonia continentale dipendono in maniera nodale dalla messa in sicurezza di questa regione. Luogo in cui si incontrano e scontrano da tempo immemorabile gli universi civilizzazionali russo, cinese, turco, persiano e indiano, e che fra la seconda metà dell’Ottocento e il primo quarto di Novecento ha ospitato il Grande Gioco tra Mosca e Londra, l’Asia centrale è tornata al centro delle relazioni e delle attenzioni internazionali nell’immediato post-guerra fredda.

Le ragioni per cui “il mondo” è sbarcato negli –stan sono molteplici, sebbene due risaltino più di altre: il loro incuneamento geostrategico e la ricchezza del loro sottosuolo. Il fattore geografico spiega, ad esempio, perché gli Stati Uniti stiano scommettendo sull’espansione nella regione della Turchia, promotrice di un panturchismo e di un islamismo utilizzabili in chiave sia antirussa sia anticinese, ma anche perché la Russia abbia voluto costituire l’Unione Economica Eurasiatica. Il fattore risorse, invece, può essere impiegato per esplicare una parte consistente degli interessi cinesi – vedasi, a questo proposito, il sodalizio adamantino stabilito con il Turkmenistan, possessore delle seste riserve di gas naturale più ingenti del mondo e Stato cliente della Cina, verso la quale dirige l’82% delle proprie esportazioni.

Il Cremlino, nella consapevolezza dell’ineluttabilità dell’arrivo del multipolarismo in Asia centrale, sulla quale ha perduto ogni diritto di esclusività con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, nei primi anni Duemila – ergo dapprima che Euromaidan consacrasse ufficialmente la nascita dell’intesa cordiale – ha siglato un patto informale di “competizione controllata” con Zhongnanhai, basato sulla coesistenza pacifica e sulla ripartizione degli oneri e delle competenze, avente come obiettivo primo ed ultimo il rallentamento della penetrazione euroamericana (e turca) nell’area.

Oggi, nel vivo della competizione tra grandi potenze, la convivenza obbligata russo-cinese negli –stan è più che mai necessaria, dal punto di vista del Cremlino e dello Zhongnanhai, ai fini del concretamento dei loro progetti di integrazione regionale, del contrasto al terrorismo islamista e del contenimento dell’avanzata occidentale in quello è ritenuto un proprio cortile di casa.

Le origini della collaborazione russo-cinese

Non c’è soltanto la Nuova Via della Seta a far convergere gli interessi di Russia e Cina in quell’immensa area geografica etichettabile come Asia Centrale. È vero: i progetti economici e gli affari che transitano (e transiteranno) lungo la Belt and Road Initiative danno la sensazione di essere l’unico punto d’incontro russo-cinese. In realtà, accanto al pur ragguardevole lato economico, ci sono equilibri politici da mantenere, assi geopolitici con i quali costruire un blocco alternativo a quello diffuso nel mondo dagli Stati Uniti, e, last but not least, sfere di influenza da occupare prima che sia troppo tardi.

Negli ultimi trent’anni, le relazioni di Cina e Russia con gli Stati dell’Asia centrale sono progressivamente migliorate. Le controversie ideologiche dei tempi di Mao e Stalin che minavano ogni possibile collaborazione sono evaporate come neve al sole, così come sono scomparse – o comunque finite in secondo piano – le controversie sui confini. È così che, trascinata dalla collaborazione economica e commerciale, la partnership russo-cinese ha lentamente spiccato il volo, arricchendosi di molteplici dialoghi sulla Difesa e sulla cooperazione per il mantenimento della sicurezza regionale. Indubbiamente ogni legame che unisce Mosca a Pechino risente del netto sbilanciamento economico e politico in favore di quest’ultimo. Eppure, nonostante non manchi materiale per un improvviso aumento di tensioni e rivalità, l’attuale partnership tra Cina e Russia è calibrata sul controbilanciamento dell’egemonia di Washington. Xi Jinping e Vladimir Putin lo sanno bene: questo obiettivo non può essere sacrificato in nome di interessi secondari.

Interessi complementari

In ogni caso, ci sono due importanti aspetti da considerare. Il primo: gli interessi di Russia e Cina in Asia Centrale non sono in contrapposizione tra loro, ma semmai complementari. Mosca sembra ormai aver accettato la sua posizione di “inferiorità” nelle relazioni con il Dragone, e lavora per mantenere la sua influenza in quello che, all’epoca dell’Unione Sovietica, era il suo vecchio cortile di casa. Pechino, dal canto suo, non ha la minima intenzione di influenzare i governi dell’area. I cinesi ambiscono a creare relazioni win-win, oliare i meccanismi della BRI e chiudere accordi bilaterali e partenariati strategici.

L’asse russo-cinese è, però, in prima fila per ciò che riguarda la responsabilità condivisa per garantire sicurezza e stabilità nella regione, spesso minacciate dalla piaga del terrorismo. In tutto questo, le nazioni dell’Asia centrale continuano a svilupparsi attingendo tanto alla Cina quanto alla Russia e sbandierando un elevato grado di indipendenza decisionale in linea con i rispettivi interessi nazionali.

Cina: affari e investimenti miliardari

L’altro punto focale riguarda la “suddivisione dei compiti” di Mosca e Pechino. Partiamo col dire che il monopolio russo nella regione è stato infranto nel 2001 in seguito alla creazione della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e al conseguente rafforzamento della reciproca cooperazione energetica. Al suo posto è nata una divisione del lavoro che può così essere sintetizzata: la Cina si è tuffata sull’espansione del commercio e degli investimenti, mentre la Russia ha puntato tutto sul “dominio” politico – seppur ridotto rispetto agli anni d’oro – e militare.

Più nello specifico, attraverso la SCO, il Dragone cinese e l’Orso russo si prefiggono l’obiettivo di contrastare le minacce non statali, quali separatismo, terrorismo, radicalismo e traffico di droga transfrontaliero. Dando un’occhiata ai dati UNCTAD relativi al 2019 il valore degli scambi commerciali tra la Cina e i Paesi dell’Asia centrale è stato pari a 46.47 miliardi di dollari, con il Kazakistan nelle vesti di partner commerciale più importante (22 miliardi), seguito da Turkmenistan (9.1 miliardi), Uzbekistan (7.2 miliardi), Kirghizistan (6.4 miliardi) e Tagikistan (1.7 miliardi). La Russia, nello stesso lasso di tempo e in tutta la regione, si è fermata complessivamente a 28.64 miliardi di dollari. Allargando la visione all’inizio del XXI secolo, e attingendo al China Global Investment Tracker, la Cina ha investito in Asia centrale oltre 55 miliardi di dollari tra il 2005 e il 2010, per lo più nei settori energetico, minerario e delle infrastrutture.

Gli -stan e la Russia

La Russia abbisogna della Cina nella stessa maniera in cui la Cina necessita della Russia. Perché sia Mosca sia Pechino sanno che l’alternativa al meccanismo di competizione controllata, basato sulla coesistenza pacifica e sulla ripartizione degli oneri e delle competenze, sarebbe l’allargamento dirompente nello spazio centroasiatico dell’Occidente e dei suoi alleati, in primis la Turchia

Il Cremlino ha delimitato il proprio perimetro d’azione nel campo di gioco centroasiatico attraverso tre strumenti: partenariati strategici, accordi in materia di sicurezza e l’Unione Economica Eurasiatica. I primi servono ad iniettare periodicamente linfa vitale nei circuiti delle relazioni bilaterali, come rammenta l’attuale processo di aggiornamento del partenariato strategico russo-uzbeko. I secondi vanno letti nell’ambito della ripartizione di oneri e competenze tra i co-amministratori dell’Asia centrale postsovietica, con la Russia specializzata nell’erogazione di servizi securitari (ma non solo) e la Cina impegnata in compravendite ed investimenti. La terza, costituita nel 2014 ed oggi formata da cinque membri e quattro osservatori, è la manifestazione più palese delle ambizioni egemoniche sull’Eurasia del Cremlino.

L’allargamento della cooperazione avanzata e dell’azione concertata in ogni settore di rilievo, però, non ha impedito che l’Asia centrale venisse risucchiata nella competizione tra grandi potenze, risultando permeabile alle infiltrazioni di Turchia, Stati Uniti, Giappone, India e petromonarchie wahhabite. L’impossibilità di ridurre l’esposizione della regione alla multipolarizzazione ha comportato, tra le varie cose, la nascita dell’influente Consiglio turco, avamposto fortificato di Ankara nel cuore dell’Asia centrale e grande protagonista durante la pandemia, e l’apparizione di formati 5+1 funzionali ad aumentare la concorrenza nel mercato centroasiatico nell’aspettativa di erodere il duopolio russo-cinese.

La Russia e la Cina, ad ogni modo, continueranno a cooperare all’insegna della messa in sicurezza dell’Asia centrale, probabilmente accelerando la fusione informale tra l’Unione Economica Eurasiatica e la Nuova Via della Seta, due realtà macro-integrative perfettamente complementari che, se amalgamate adeguatamente, potrebbero condurre ad una massimizzazione dell’estrazione degli utili per tutti i partecipanti, grandi e piccoli, riducendo di conseguenza l’attrattività che Consiglio turco, potere del dollaro e piattaforme 5+1 esercitano sugli –stan.

Affinché l’attuale status quo perduri e si cristallizzi, permettendo di salvaguardare l’integrità geopolitica dell’Asia centrale, è imperativo che Mosca e Pechino formulino una strategia per il lungo termine che, illustrata sulle nostre colonne nell’ambito di un’altra rubrica, comporti la trasformazione della “loro competizione non antagonistica in una coesistenza pacifica, rendendo Uee e Nuova via della seta un tutt’uno coerente e possibilmente integrato” e la realizzazione di “un’agenda per la regione pienamente e puramente orientata alla concertazione, alla spartizione equa e al riconoscimento delle rispettive sfere d’influenza”, perché “la loro missione non è semplice, ma la posta in palio è elevatissima: la messa in sicurezza del cuore della Terra tramite la formazione di uno scudo protettivo ermetico”.

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