E così anche la stampa cosiddetta mainstream e più vicina ai democratici, ha dovuto ammettere che il presidente eletto Joe Biden ha un “problema”, e non di poco conto: il suo nome è Hunter Biden, al centro di numerose inchiesta giornalistiche – e ora anche giudiziarie. Nella giornata di mercoledì, infatti, il figlio dell’ex vicepresidente ha fatto sapere che l’ufficio del procuratore del Delaware sta indagando su di lui per questioni fiscali. “Prendo la questione molto seriamente, ma sono fiducioso che una revisione professionale e obiettiva di tali questioni dimostrerà che ho gestito i miei affari legalmente e in modo appropriato, anche con l’avvallo di consulenti fiscali professionisti”, ha detto Biden in una dichiarazione. Secondo la Cnn, che ha riferito di aver contattato l’avvocato di Hunter Biden e la campagna presidenziale di suo padre nei giorni scorsi per un commento, il procuratore del Delaware “sta esaminando molteplici questioni finanziarie”, al fine di appurare se il figlio del Presidente Usa e i suoi soci “hanno violato le leggi fiscali e sul riciclaggio di denaro nei rapporti d’affari in paesi stranieri, principalmente con la Cina”.

I rapporti di Hunter Biden con il Partito comunista cinese

Come ricorda il Corriere della Sera, nel 2103 Joe Biden era il vice presidente degli Stati Uniti. Hunter lo accompagnò in una missione a Pechino, dove incontrò alcuni partner di affari. Tra questi ci sarebbe un imprenditore petrolifero, Ye Janming, che gli regalò un diamante. Hunter entrò in contatto anche Patrick Ho, condannato dalla magistratura newyorkese per aver versato una tangente ai funzionari governativi in Ciad e Uganda, usando canali finanziari americani. I rapporti con pechino, però, non si limitano a questo. Come riportato lo scorso ottobre da IlGiornale.it, alcuni sms pubblicati in esclusiva da Fox News sembrano far supporre che l’ex vicepresidente incontrò, nel maggio 2017, gli emissari di una società energetica cinese, nonostante il candidato dem avesse smentito questa ricostruzione. Fox News ha ottenuto gli sms da Tony Bobulinski, un tenente in pensione della Marina degli Stati Uniti, nonché ex Ceo di SinoHawk Holdings e socio in affari di Hunter. “Fammi sapere se faremo cena presto con tuo zio e tuo padre e dove, anche per la traduzione dei documenti?” Bobulinski scrive ad Hunter il 2 maggio 2017. “Papà non sarà qui prima delle 11” risponde l’interessato. Più tardi Bobulinski invia un messaggio a Jim, il fratello di Joe Biden, lo stesso giorno, il 2 maggio 2017, dicendo: “È fantastico conoscerti e passare un po’ di tempo insieme, grazie Joe per il suo tempo”.

L’oggetto dell’incontro? Forse un prestito alla famiglia. Un’altra e-mail inviata a Tony Bobulinski da un alto funzionario cinese il 26 luglio 2017 mostra che la compagnia energetica cinese Cefc propone un prestito “senza interessi” di 5 milioni di dollari alla famiglia del candidato dem “sulla base della loro fiducia”. Meno di due settimane dopo, l’8 agosto 2017, 5 milioni di dollari vengono trasferiti dalla Cefc all’azienda di Hunter Biden, secondo i documenti in possesso del Senato. Il proprietario della Cefc, Ye Jianming, era tra i più ambiziosi dei magnati cinesi prima che il suo impero degli affari crollasse. Il nome di Bobulinski è diventato pubblico nei giorni scorsi, quando il New York Post ha pubblicato una delle mail contenute nel laptop di Hunter Biden recuperato da un negozio di riparazioni di computer nel Delaware.

Ecco gli affari in Cina del figlio del presidente eletto

Tony Bobulinski, destinatario di una email pubblicata da New York Post, nella quale sembrerebbero indicati i dettagli di una transazione d’affari tra un’azienda cinese e membri della famiglia Biden, ha confermato la “autenticità” del documento. Come riporta l’agenzia Adnkronos, l’email risale al 13 maggio 2017 e nel testo si fa riferimento a “Hunter” e a tale “Big Guy”, il ‘pezzo grosso, che sarebbe, secondo quanto raccontato da Bobulinski a Fox News, lo stesso ex vicepresidente degli Stati Uniti.

Bobulinski, ex partner d’affari di Hunter Biden, smentisce quanto affermato da Joe Biden in più occasioni, il quale ha affermato di non essersi mai interessato alle attività imprenditoriali del figlio. Hunter “faceva spesso riferimento a lui per il suo via libera o per consigli su potenziali affari – sostiene Bobulinski – ho visto il vice presidente Biden dire che non parlava mai con Hunter dei suoi affari. Posso dire per esperienza diretta che non è vero, perché non si trattava solo degli affari di Hunter, dicevano che mettevano in gioco il nome della famiglia Biden”. Le accuse si fanno ancora più dirette: “La famiglia Biden ha aggressivamente fatto uso del proprio nome per guadagnare milioni di dollari da entità straniere, anche se alcune erano controllate dalla Cina comunista”. Secondo il Wall Street Journal, avrebbe dovuto chiarire i suoi rapporti con Pechino. “La maggior parte dei media ignora le e-mail trovate nel laptop di Hunter Biden, ma questo non significa che non siano notizie”, scrive l’autorevole quotidiano finanziario. L’Fbi è in possesso del computer portatile che apparterrebbe ad Hunter e nel quale sarebbero contenute le email che indicherebbero i suoi affari all’estero, compresi i contatti con l’Ucraina e la Cina.

L’Ucraina e Burisma

C’è poi il fronte ucraino, che non sappiamo, al momento, se sia oggetto di indagini. Come riportato da InsideOver, il vicepresidente di Obama fece la sua prima visita a Kiev nell’aprile 2014, proprio quando il governo post-Maidan stava lanciando la sua operazione militare contro i separatisti russi nel Donbass. Rivolgendosi al parlamento di Kiev, Biden dichiarò che “la corruzione non potrà più avere spazio nella nuova Ucraina”, sottolineando che gli Stati Uniti “sono la forza trainante dietro il Fmi” e stavano lavorando per assicurare a Kiev “un pacchetto multimiliardario per aiutare” il governo. Nello stesso periodo, Hunter Biden venne nominato nel consiglio di amministrazione di Burisma.

La cacciata del presidente Viktor Yanukovych (febbraio 2014) pose il fondatore e presidente di Burisma, l’oligarca Mykola Zlochevsky, in una posizione delicata. Quest’ultimo era stato ministro dell’ambiente di Yanukovych, e il cambio di regime lo mise in difficoltà. Anche perché stava affrontando dei seri problemi legali: un’inchiesta sulla corruzione nel regno Unito aveva portato al congelamento di parte del suo patrimonio, pari a 23 milioni di dollari. L’oligarca aveva a necessità di farsi dei nuovi amici: si trattava di Hunter Biden, figlio del vicepresidente degli Stati Uniti, e dell’Atlantic Council.

Il figlio di Joe Biden aveva già ottenuto un incarico presso il National Democratic Institute (Ned), un’organizzazione di “promozione della democrazia” finanziata dagli Stati Uniti che ha contribuito a rovesciare il governo filo-russo di Yanukovich insieme all’Open Society del finanziere George Soros. Hunter venne così arruolato in una posizione di grande prestigio in Burisma, a 50 mila dollari al mese, nonostante la sua totale mancanza di esperienza nel settore energetico e negli affari ucraini. Hunter Biden lo ripagò contattando un importante studio legale di Washington, Dc, Boies, Schiller e Flexner, dove aveva lavorato come consulente. Nel gennaio successivo, i beni dell’oligarca vennero scongelati nel Regno Unito. Nella primavera del 2014, l’Associated Press e persino il New York Times, sollevarono perplessità sul ruolo di Hunter Biden nella compagnia ucraina, nonostante Joe Biden assicurasse di non saperne nulla.

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