La Nuova Via della Seta marittima collegherà i porti della Cina a quelli del Mediterraneo. Un progetto ambizioso, enorme, con un flusso di investimenti talmente ampio da poter essere considerato un vero e proprio shock geo-economico per tutti Paesi interessati. Il governo di Pechino si è impegnato attivamente per creare una piattaforma solida su cui costruire gli investimenti nei singoli Paesi, e ogni Stato interessato ha intrapreso con il governo cinese una serie di rapporti di collaborazione in cui le infrastrutture sono solo alcune delle direttrici su cui si svolgerà questo nuovo piano d’investimenti. Perché la Nuova Via della Seta non è solo un mezzo per investire in altri Stati, ma è un formidabile piano geopolitico di costruzione di una rete di collaborazione e di alleanze con cui la Cina vuole aprirsi al mondo, dimostrando di essere sempre più in grado di avere una propria politica internazionale e non più soltanto una proiezione meramente interna ed asiatica. E questo, inevitabilmente, comporterà non soltanto un cambiamento nelle scelte politiche globali, ma anche una rimodulazione dei sistemi di alleanze finora esistenti in ogni area interessata dalle rotte cinesi.

L’Egitto è certamente parte di questo complesso meccanismo cinese. E non potrebbe essere altrimenti. L’appartenenza del canale di Suez al territorio egiziano consegna al Cairo un ruolo primario nei traffici commerciali da e verso il Mediterraneo, e impedisce a qualsiasi attore internazionale di fare a meno della sua amicizia, a meno che non desideri che i suoi cargo circumnavighino l’Africa. D’altro canto, in questo momento storico, la Cina è forse l’unico vero partner economico di cui nessuno Stato può prescindere, essendo in grado di portare soldi, investimenti, infrastrutture e soprattutto stabilità: un elemento fondamentale in un momento così delicato dell’equilibrio mondiale. E non è un caso se dunque Pechino e Il Cairo abbiano raggiunto negli ultimi tempi una sintonia nei loro rapporti che non è mai stata così elevata.

A conferma di questi rapporti positivi fra Egitto e Cina, è giunta la notizia che il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi si recherà in Cina, su invito di Xi Jinping, per partecipare al summit Brics previsto nella capitale Pechino dal 3 al 5 settembre. Un invito fondamentale nello scacchiere politico mediorientale e nei rapporti fra lo Stato nordafricano e il colosso cinese, tanto che vi è stato immediatamente un incontro tra Al Sisi, il primo ministro Sherif Ismail, i ministri dell’Energia elettrica, dei Trasporti, della Produzione militare, del Commercio e dell’industria, degli Investimenti e della cooperazione internazionale, oltre che i vertici dell’intelligence e dell’Autorità del canale di Suez. Tutti riuniti per preparare la missione di Al Sisi in Cina.
I rapporti tra Cina ed Egitto hanno visto un’accelerazione importantissima con la visita di Xi Jinping al Cairo nel gennaio del 2016, quando furono siglati ben 21 accordi dal valore complessivo di 15 miliardi di dollari. Al Sisi, invece, si era recato al G20 Hangzhou come ospite d’onore.

Da questi incontri, la Cina ha iniziato a conquistarsi sempre più larghe fette del mercato edilizio egiziano, riuscendo in particolare a conquistare il contratto di costruzione della nuova capitale amministrativa dell’Egitto. Gli accordi prevedono la costruzione della nuova sede del governo, di 12 ministeri, di 15 mila unità abitative per la classe media e povera della nuova città e per i lavoratori dei dicasteri. Un progetto faraonico, verrebbe da dire, che non avrebbe mai potuto attuarsi senza il supporto economico della Cina, poiché l’Egitto vive da anni una profonda crisi economica cui sopravvive soltanto grazie agli aiuti internazionali.

E sono proprio gli aiuti internazionali una delle chiavi per comprendere questo spostamento dell’Egitto verso la Cina. Al Sisi, negli ultimi giorni, ha ricevuto da Donald Trump l’annuncio del taglio agli aiuti economici per non avere garantito miglioramenti sul tema dei diritti umani. Una scelta politica importante, quella di Washington, che ha certamente avuto il merito di sollevare il velo sull’Egitto e sul fatto che la cosiddetta Primavera Araba abbia condotto a tutto meno che a una democrazia reale. Tutto vero, ma poi c’è la realtà dei rapporti internazionali. Ed è chiaro che aver tagliato milioni di dollari al governo egiziano comporta che quest’ultimo si senta in diritto di cercare questi investimenti altrove: e la Cina, senza alcun dubbio, ha tutto l’interesse ad aumentare la sua influenza in Nordafrica e nel Mar Rosso. Al Sisi è un personaggio che non riesce a essere particolarmente scomodo: ha appoggi importanti in Russia, partecipa al blocco saudita ma senza esserne eccessivamente legato, condivide giacimenti di gas con Israele e ha intavolato ottimi rapporti con molti Stati europei. E adesso ha trovato un formidabile alleato nella Cina, che da parte sua ha attivato da anni una campagna per la conquista dei mercati africani, e che ha nella Nuova Via della Seta la sua proiezione verso occidente. In un mondo in continuo cambiamento come quello mediorientale e nordafricano, di cui l’Egitto è ponte geografico, c’è sempre il rischio che perdere un alleato si traduca nel consegnarlo a un avversario. Forse, questo invito di Pechino, servirà alla Casa Bianca come campanello d’allarme.

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