L’economia cinese viaggia a ritmi serrati, e con essa anche la politica della Cina, che espande la sua sfera d’influenza grazie all’avanzata nei mercati esteri. Mercati che non sono soltanto luoghi in cui esportare i propri prodotti, ma veri e propri laboratori di un nuovo modo di fare politica estera. La Cina non solo esporta, ma investe. E questo produce da una parte ricchezza per il proprio Paese, e dall’altra parte crea un legame molto stabile con lo Stato con cui entra in contatto, rendendo le imprese cinesi dei partner strategici prima ancora che economici. In questo senso, la capacità d muovere enormi quantità di manodopera, ma anche di capitali, rende la Cina non soltanto l’economia più forte a livello di produzione industriale e di commercio di prodotti industriali, ma ha costruito un vero e proprio impero cinese che si espande a macchia d’olio in ogni Paese in cui c’è necessità di denaro, di investimenti, di infrastrutture e di tecnologie. L’espansione dell’economia cinese diventa quindi espansione politica, e dunque attrattiva non solo in termini economici, ma anche in termini di collaborazione geopolitica ad ampio respiro, e che fanno sì che Pechino stia costruendo una fitta rete d’interessi e di alleanze fino a qualche anno fa impensabile.   

Una conferma dell’ascesa di Pechino nell’economia mondiale e della sua capacità di influenzare le politiche mondiali anche nel settore economico e finanziario, arriva direttamente dal Fondo Monetario Internazionale. E non dalle analisi economiche o dai report ufficiali del FMI, ma direttamente da una dichiarazione di Christine Lagarde di lunedì scorso, che forse più di ogni altra cosa definisce il ruolo della Cina nel presente e nel prossimo futuro. A detta della direttrice, il Fondo Monetario Internazionale potrebbe essere spostato nel prossimo decennio a Pechino se le tendenze di crescita per la Cina e gli altri grandi mercati emergenti dell’Asia continuano e questi ritmi, riflettendosi sulla struttura di voto del Fondo. Durante il meeting di Washington, Lagarde ha dichiarato che una tale mossa è “una possibilità” perché il Fondo dovrà aumentare la rappresentanza dei principali mercati emergenti, poiché le loro economie crescono, diventando sempre più grandi ma soprattutto più influenti.

Da quando è stato costituito, il Fondo Monetario Internazionale è sempre stato legato alla sede di Washington poiché gli Stati Uniti erano sempre considerati la maggiore potenza economica mondiale. La forza degli Stati Uniti in seno al FMI è stata sempre enorme, anche perché detiene dall’atto di costituzione il maggior numero di voti proporzionati alla quota di capitale all’interno dell’istituzione. Questo ha reso il Fondo Monetario, negli anni, oggetto di feroci critiche da parte di molti osservatori che hanno notato come fosse impossibile avere una politica dell’istituzione slegata dalla politica statunitense nel momento in cui la Casa Bianca deteneva il potere al uso interno. In sostanza, il Fondo Monetario Internazionale, con sede a Washington e con gli Stati Uniti come maggiore contribuente ed elettore di maggior peso, è sempre stato considerato una sorta di longa manus della politica statunitense.

Le cose però stanno cambiando. L’economia americana non è più così vigorosa e le potenze emergenti asiatiche, in particolare la Cina, sta assumendo un ruolo di guida che prima non poteva avere. Gli economisti stimano che la Cina, con i tassi di crescita previsti al di sopra del 6%, probabilmente avrà superato il prodotto interno lordo USA nei prossimi dieci anni, per diventare l’economia più grande del mondo in termini nominali. Alcuni hanno sostenuto che la Cina già contribuisce maggiormente alla crescita globale su una base di parità di potere d’acquisto e il FMI ha recentemente riveduto il proprio sistema di quote e struttura di voto nel 2010, e sarà probabilmente costretto a lanciare un’altra revisione il prossimo anno, proprio per rendere più partecipe una potenza come Pechino, che di fatto è già abbondantemente in grado di sostituire gli Stati Uniti. Forse il cambiamento di sede non sarà così repentino come descritto d Lagarde, ma l’idea, anche in sede finanziaria internazionale, è che ormai sia arrivato il momento della Cina come potenza economica del mondo. E questo spiega molte cose sull’interesse di Donald Trump per l’Estremo Oriente: anche da un punto di vista militare.

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